Lessico alpino

ALPEGGIO - Concetto (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

Il concetto di ALM, anche detto ALP in tedesco standard svizzero, può abbracciare diversi significati, tutti correlati all'attività dell'ALPEGGIO. 'Alm' si riferisce, ad esempio, all'area montana sopra una valle, agli alti pascoli montani "i quali, data la lontananza fisica dalle fattorie e date le condizioni ambientali poco favorevoli e restrittive durante l'inverno (a causa dell'elevata altitudine), possono essere sfruttati solo durante i mesi estivi per l'attività d'allevamento" (Eibl/Kremer 2009, 37). Il termine si riferisce, inoltre, sia alle strutture più o meno complesse ivi situate per dare riparo ai pastori, che al bestiame da latte tipicamente montano (vitelli, mucche, pecore, capre e cavalli). Oltre al riferimento alla pastorizia, per ALPEGGIO si intende soprattutto la lavorazione del latte. Essa può avere diverse forme organizzative, a carattere privato o cooperativo, ad esempio, sebbene negli atlanti linguistici non sia stata operata una distinzione sistematica in tal senso (si confronti la classica rappresentazione del concetto di 'Alm' offerta da Weiss 1992, così come anche quella offerta da Baer 2000 e quella più recente di Eibl/Kremer 2009, 7-17, oltre a Bätzing 1997, 18-23, HLS v.s. Alpen, Kap. 3).

(auct. Thomas Krefeld – trad. Alessia Brancatelli)

Anke - Tipo morfo-lessicale (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

Ecco la breve ricostruzione del tipo morfo-lessicale (si veda Idiotikon I: 341) riportata dal Kluge:

Anke(n), (durch Butter ersetzt) Sm ‛Butter’ per. wobd. (8. Jh.), mhd. anke , ahd. anko .
Obwohl nur das Deutsche das Wort bewahrt hat, ist g. *ankwōn m. ‛Fett, Butter’ vorauszusetzen, als Fortsetzer eines ig. (weur.) *ongwen- ‛Salbe, Fett, Butter’ (in verschiedenen Ablautstufen), vgl. l. unguen n. ‛Fett, Salbe’, air. imb ‛Butter’ (*ṇgwen-) zur Verbalwurzel ig. *ongw- ‛salben’ in ai. anákti, l. unguere u.a. Also ursprünglich ‛Salbe, Schmiere’.“ (Kluge 2011, 47)

Trad.: „Anke(n), (sostituito da Butter 'burro') Sm ‛Burro’ per. wobd. (VIII sec), mhd. anke , ahd. anko .
Sebbene la parola si sia conservata solo in tedesco, si deve presupporre che il termine g. *ankwōn m. ‛grasso, burro’ fosse il continuatore dell'ig. (weur.) *ongwen- ‛unguento, grasso, burro’ (con diversi livelli apofonici), si confrontino il l. unguen n. ‛grasso, unguento’, l'air. imb ‛burro’ (*ṇgwen-) per la radice verbale ig. *ongw- ‛ungere’ in ai. anákti, l. unguere ecc. Originariamente, quindi, ‛unguento, grasso lubrificante’.“ (Kluge 2011, 47)

Il rapporto delineato dal Kluge è chiaro, ma la conclusione proposta è poco probabile e convincente, considerata la storia delle parole: in esso si tratta infatti il termine come un'isolata reliquia indogermanica, sebbene sia invece molto più ragionevole far risalire questo tipo sud-occidentale tedesco (alemanno) al latino o al romanzo (si veda unguere). Nelle aree di contatto romanzo strettamente adiacenti tra loro, la sopra menzionata base latina con la velare fu soppiantata dalla variante *ŭngĕre (REW 9069), fenomeno riconosciuto anche nel caso della palatalizzazione della g nel termine romancio (sursilvano) unscher, nel romancio dell'Engadina uondscher, nell'italiano ungere e ancora in altri casi (si veda HWdR, 971). Nell'odierno territorio francese sono però predominanti alcuni cognati del termine latino ŭnguĕre (si confronti FEW 14, 36 f.); tra questi, vi sono anche alcuni esempi dell'evidente rapporto semantico con la preparazione del latte, come ad esempio ogner 'dare il latte' (con cambiamento nel gruppo verbale) e ogna 'quantità di latte prodotta in una sola volta da una mucca'. Dal participio unctum, tra l'altro, proviene la designazione del concetto di BURRO in friulano, largamente attestata nell'area di studio di VerbaAlpina di lingua romancia: ont, ladino onto, vonto (si confronti il rumeno unt).
Il prestito dal latino-romanzo qui proposto è sia giustificabile a livello fonetico che dal punto di vista semantico, basti pensare ai numerosi altri romanismi presenti in questo dominio onomasiologico. Per quanto riguarda, infine, l'enorme espansione del tipo butyru(m), è evidente la presenza di un tipo più antico nelle designazioni derivate dalle varianti verbali ŭnguĕre, *ŭngĕre, il quale ebbe alcune interferenze con butyru(m) in un secondo momento.

(auct. Thomas Krefeld – trad. Alessia Brancatelli)

anko - Tipo di base (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

 Anko

Questo tipo di base potrebbe provenire dal termine ancho 'burro' (si confronti Id. I: 341) o da anko in alto-tedesco antico, il quale si sarebbe poi evoluto in anke in alto-tedesco medio. L'origine del termine è da ricercare nella radice indogermanica *ongwen- 'unguento, grasso, burro', che, con il tempo, si sviluppò nel germanico *ankwōn m. 'grasso, burro'. È possibile ricondurre a questa radice indogermanica anche le parole latine ungĕre e ŭnctum 'grasso' (si veda Kluge 2012: 437; e ancora, Id. I: 341). In lingua tedesca, il tipo di base fu prevalentemente sostituito dal termine Butter 'burro'; esso è, tuttavia, ancora oggi diffuso nella Germania sud-occidentale (si confronti BSA IV: 5.11a) ed è presente anche nella svizzera tedesca (si vedano SDS V: 179; e Id. I: 342).


A proposito di questo tipo (si veda Id. I: 341), il Kluge riporta la seguente breve ricostruzione:

Anke(n), (sostituito da Butter 'burro') Sm ‛Burro’ per. wobd. (VIII sec), mhd. anke , ahd. anko .
Sebbene la parola si sia conservata solo in tedesco, si deve presupporre che il termine g. *ankwōn m. ‛grasso, burro’ fosse il continuatore dell'ig. (weur.) *ongwen- ‛unguento, grasso, burro’ (con diversi livelli apofonici), si confrontino il l. unguen n. ‛grasso, unguento’, l'air. imb ‛burro’ (*ṇgwen-) per la radice verbale ig. *ongw- ‛ungere’ in ai. anákti, l. unguere ecc. Originariamente, quindi, ‛unguento, grasso lubrificante’.“ (Kluge 2011, 47)


Il rapporto delineato dal Kluge è chiaro, ma la conclusione proposta è poco probabile e convincente, considerata la storia delle parole: in esso si tratta infatti il termine come un'isolata reliquia indogermanica, sebbene sia invece molto più ragionevole far risalire questo tipo sud-occidentale tedesco (alemanno) al latino o al romanzo (si veda unguere). Nelle aree di contatto romanzo strettamente adiacenti tra loro, la sopra menzionata base latina con la velare fu soppiantata dalla variante *ŭngĕre (REW 9069), fenomeno riconosciuto anche nel caso della palatalizzazione della g nel termine romancio (sursilvano) unscher, nel romancio dell'Engadina uondscher, nell'italiano ungere e ancora in altri casi (si veda HWdR, 971). Nell'odierno territorio francese sono però predominanti alcuni cognati del termine latino ŭnguĕre (si confronti FEW 14, 36 f.); tra questi, vi sono anche alcuni esempi dell'evidente rapporto semantico con la preparazione del latte, come ad esempio ogner 'dare il latte' (con cambiamento nel gruppo verbale) e ogna 'quantità di latte prodotta in una sola volta da una mucca'. Dal participio unctum, tra l'altro, proviene la designazione del concetto di BURRO in friulano, largamente attestata nell'area di studio di VerbaAlpina di lingua romancia: ont, ladino onto, vonto (si confronti il rumeno unt).
Il prestito dal latino-romanzo qui proposto è sia giustificabile a livello fonetico che dal punto di vista semantico, basti pensare ai numerosi altri romanismi presenti in questo dominio onomasiologico. Per quanto riguarda, infine, l'enorme espansione del tipo butyru(m), è evidente la presenza di un tipo più antico nelle designazioni derivate dalle varianti verbali ŭnguĕre, *ŭngĕre, il quale ebbe alcune interferenze con butyru(m) in un secondo momento.

(auct. Myriam Abenthum | Thomas Krefeld – trad. Alessia Brancatelli)

babeurre - Tipo morfo-lessicale (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

Il termine francese babeurre 'latticello' è un composto formato da due tipi di base: bassus 'basso' e butyrum 'burro' (si veda TLFi: babeurre). Il tipo bas così anteposto al sostantivo esprime di norma un valore negativo in francese; il LATTICELLO viene infatti considerato come prodotto di scarto, data la grande presenza d'acqua in esso contenuta. Derivante dalla produzione del burro e dalla consistenza perlopiù acquosa, esso veniva molto raramente consumato dai contadini alpini, i quali preferivano utilizzarlo nella successiva produzione della ricotta o, addirittura, darlo in pasto ai maiali.

(auct. Myriam Abenthum – trad. Alessia Brancatelli)

baita - Tipo di base (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

L'etimologia del termine è poco chiara. Se da un lato è vero che sono state avanzate diverse proposte di derivazione, dall'altro, queste rispecchiano il punto di vista di singole famiglie linguistiche, e forniscono, dunque, una visione isolata e parziale che non può tenere conto dell'enorme area d'espansione della lingua tedesca, del romancio e dello sloveno.
Dal punto di vista dell'italianistica, ad esempio, il DELI propone la derivazione del termine romancio baita, bait dall'alto tedesco antico wahta, senza tuttavia prendere in considerazione il termine sloveno bajta 'casa brutta' o senza soffermarsi sul termine alemanno Beiz e i termini bavaresi Boazn, Beisl 'osteria, bettola' (sfortunatamente, il tipo ampiamente diffuso non è presente nel SDS, né nell'Idiotikon e nemmeno nel BSA); questa proposta, dunque, non riuscirebbe a spiegare appieno il perché delle menzionate forme germaniche con ts, s.
Per quanto riguarda la germanistica, invece, il Kluge (2011, 106) sostiene che le forme in alemanno e in bavarese derivino dal termine yddish bajis 'casa', a sua volta proveniente dall'ebraico bajit 'casa'; ipotesi che andrebbe, però, a cozzare con la t del romancio (si confronti EWD I, 203). Una derivazione diretta dalla lingua ebraica (senza una mediazione yddish) è improponibile a livello storico, considerata l'estensione dell'area in questione e considerato il riferimento alla realtà quotidiana contadina delle montagne.
Né la semantica delle forme in romancio ('capanna, baita, stalla' e così via) né le attestazioni slovene ('casa brutta') forniscono delle motivazioni per l'accoglienza di un prestito originariamente ad-stratico dalla zona di contatto friulano-slovena diffusosi su così larga scala; sembrerebbe molto più plausibile, invece, l'ipotesi di un prestito substratale dall'alto romancio pre-slavo e pre-germanico delle Alpi orientali. Il tipo di base baita sembra essere, in definitiva, una parola preromana di provenienza alpina.

(auct. Thomas Krefeld – trad. Alessia Brancatelli)

BAITA (FABBRICATO ECONOMICO SULL'ALPEGGIO) - Concetto (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

Proprio come per il processo di lavorazione del latte, vi sono studi archeologici attestanti l'esistenza di "zugehörigen, festen Steinbauten aus dem 1. Jahrtausend v.Chr. als einfache alpwirtschaftliche Installationen, die primär dem täglichen Melken des Alpviehs sowie der erforderlichen Weiterverarbeitung der Milch gedient haben'' – 'solidi edifici in pietra risalenti al I millennio a.C. come semplici installazioni montane, le quali servivano in primo luogo per la mungitura quotidiana del bestiame ma anche per la necessaria successiva lavorazione del latte' (Reitmaier 2016, 26 f.). Il seguente articolo illustra le difficoltà riscontrate nell'elaborazione delle fonti degli atlanti linguistici: Contributo.

(auct. Thomas Krefeld – trad. Alessia Brancatelli)

banc / banco - Tipo morfo-lessicale (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

banc - Tipo di base (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

*barica - Tipo di base (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

Si veda il DRG 2, pagg. 179-189 e 192-197 a proposito della forma derivata bargun, margun.

Barn - Tipo morfo-lessicale (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

Il tipo morfo-lessicale Barn è diffuso nei dialetti bavaresi ed alemanni di area alpina. Mentre le attestazioni di forme similari a Barn rilevate tramite lo strumento del Crowd-Sourcing hanno valore semantico di 'mangiatoia, trogolo, rastrelliera', gli esempi forniti dagli atlanti linguistici presentano un altro significato, ovvero quello di 'fienile/scompartimento per il fieno situato sopra la stalla per il bestiame' (cfr. VALTS IV 110).
Il dizionario etimologico Kluge riporta questo termine solo nell'accezione di 'greppia, mangiatoia, fienile', confinandolo dunque all'ambito del foraggiamento. In altri dizionari, tuttavia, esso indica anche una parte di un edificio in cui il cibo viene immagazzinato e conservato (cfr. i dizionari BWB, DWB, Idiotikon). Il sostantivo barn esiste anche in lingua inglese con il significato di "A covered building for the storage of grain; and, in wider usage, of hay, straw, flax, and other produce of the earth. – ''edificio coperto atto allo stoccaggio del grano; per un uso più ampio, utilizzato per la conservazione di fieno, paglia, lino ed altri prodotti della terra'' (cfr. OED).
L'etimologia della parola in tedesco sembra incerta: nel dizionario etimologico della lingua tedesca esso è messo in relazione al germanico *ber-a- 'portare'; si presuppone che vi siano connessi anche i termini beren e bere-ærn in inglese antico, i quali fungono da base per bere 'orzo'; quest'ultimo non trova, tuttavia, una corrispondenza in tedesco.

(auct. Markus Kunzmann – trad. Alessia Brancatelli)

bassus - Tipo di base (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

Questo tipo di base rimanda all'etimo latino bassus 'basso' (si veda REW 978). Nel latino classico, esso è presente solo come soprannome in aggiunta al cognome della persona con il significato di 'il grasso, quello grasso' (si confronti Georges 1: 793). Nella maggior parte delle glosse, esso acquisisce nel suo uso aggettivale l'accezione peggiorativa di 'grosso, grasso, tarchiato', che è in effetti il vero significato della parola. Non si intende, dunque, 'basso' come 'poco profondo' o 'poco elevato dal suolo' (si confronti FEW 1: 275).
Dal tipo di base si sviluppò l'aggettivo francese bas, il quale, a seconda che si trovi prima o dopo il sostantivo, può assumere significati diversi: se si vuole attribuire una caratteristica esterna o geografica al sostantivo, bas si troverà dopo di esso; se si desidera dare un'impressione soggettiva, invece, bas si troverà prima del sostantivo, il quale otterrà, così, un'accezione squalificante (si confronti TLFi: s.v. “bas”).
Il termine francese babeurre 'latticello' è un composto dato dai due tipi di base bassus e butyrum 'burro' (si veda TLFi: s.v. “babeurre”). La relazione con il francese bas è data dal fatto che il latticello veniva considerato solo come prodotto di scarto: ottenuto dalla produzione del burro e contenente perlopiù acqua, esso veniva molto raramente consumato dai contadini alpini, i quali preferivano utilizzarlo nella successiva produzione della ricotta o darlo addirittura in pasto ai maiali.

(auct. Myriam Abenthum – trad. Alessia Brancatelli)

Bitsche - Tipo morfo-lessicale (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

Alla voce Bitsche, il Deutsches Wörterbuch riporta il significato di 'coppa in legno provvista di coperchio' (cfr. DWB s.v. Bitschen). Schmeller lemmatizza questa parola come Butschen o Bütschen, e dà la più precisa definizione di 'piccolo recipiente dall'ampia forma conica dotato di manico e coperchio, impiegato da un cospicuo numero di domestici come coppa per bere dato il suo basso costo, la sua resistenza e capacità“ (cfr. Schmeller s.v. Butschen). Sia il DWB dei Grimm che il dizionario bavarese redatto da Schmeller citano soprattutto degli esempi slavi come tipi di parole con esso confrontabili in altre lingue: il polacco beczka, il ceco bečka, il russo botschka 'botte'.
Il DWB ipotizza una formazione di queste parole slave sulla base del tedesco Bottich 'tino'. D'altra parte Kluge vede in Bottich una formazione 'di derivazione certamente romanza', ma ne stabilisce come etimo una forma abbreviata della parola apothēca 'cantina' (cfr. Kluge s.v. Bottich), per quanto anche in questo caso sia chiara l'appartenenza della parola al tedesco superiore.
Nel caso di Bitsche, tuttavia, va presa in considerazione un'altra possibilità etimologica. Come etimo relativo al termine bottìglia (cfr. Treccani s.v. bottìglia), la Treccani menziona il tardo latino bŭ(t)ticŭla, diminutivo di buttis 'botte'. Anche nei dialetti tedeschi svizzeri è presente il termine Butsch (cfr. Idiotikon s.v. Butsch); l'Idiotikon menziona il termine romancio butschin come suo cognato linguistico, corrispondente all'italiano botticino. Se si assume che ci sia stato un cambiamento vocalico dato da un'assimilazione a distanza della vocale tematica a causa della /i/ e un tardo innalzamento della /y/ a /i/ tipico del bavarese, allora si spiegherebbe il termine Bitschn, data la sua considerevole presenza in derivati come Millibitschn (cfr. Karte Milchbitsche).

(auct. Markus Kunzmann – trad. Alessia Brancatelli)

brama - Tipo morfo-lessicale (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

Caratteristico del ladino, il tipo brama si differenzia dal tipo bruma solamente per la vocale tonica [a]: è dunque chiaro che esso si sia formato sotto l'influsso di crama. Tuttavia, l'area dolomitica non risulta essere stata abitata dai Galli (##Beleg, Quelle##), e sarebbe dunque improprio pensare a crama come originaria base substratale; la fusione dei due tipi può essere invece ampiamente motivata dal fatto che il termine celtico, e successivamente romancio crama sia penetrato dall'occidente nelle zone centrali dell'area ladina per poi fondersi con il tipo latino ivi largamente diffuso, ovvero: bruma. Questo processo comportò la formazione ladina del tipo brama (cfr. cartina); è probabile che un fenomeno simile abbia avuto luogo nel caso della germanizzazione dell'Isarco e della Val d'Adige (cfr. EWD I: 337-338).

(auct. Myriam Abenthum | Thomas Krefeld | Stephan Lücke – trad. Alessia Brancatelli)

*brenta - Tipo di base (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

Si veda in merito HdR 1, 121. S

*brod - Tipo di base (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

In base alle parole brot 'brodo di carne' in nordico antico, broth in inglese, brode in medio nederlandese e proth 'brodo' in alto-tedesco antico, è possibile ricondurre il tipo di base *brod ad un'origine germanica, dalla quale si sarebbero, successivamente sviluppate le parole brodo, broda in italiano, breu in piemontese e brou in catalano.
Il BRODO DI CARNE era un piatto tipico delle popolazioni germaniche, sconosciuto ai Romani: è proprio per questo motivo che la parola penetrò nelle lingue romanze tramite un prestito dal germanico. Oltre al significato primario di 'brodo', però, il tipo di base sviluppò un'ulteriore accezione riguardante la lavorazione del latte, quella di 'schiuma'. Si spiega così la presenza delle derivazioni gallo-romanze quali brou de beurre, lett. 'schiuma di burro', e brôe 'mousse sul latte' (si confronti FEW 15/1: 291-300).
Nell'area presa in esame da VerbaAlpina (nello specifico a Trient, comune svizzero del Canton Vallese), inoltre, si attesta uno slittamento semantico del tipo di base che qui indicherebbe il concetto di LATTICELLO.

(auct. Myriam Abenthum – trad. Alessia Brancatelli)

*brottiare - Tipo di base (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

Questo tipo di base, presumibilmente originato da un sostrato preromanzo, è rappresentato dal tipo morfo-lessicale brousse nell'area di studio di VerbaAlpina.

(auct. Thomas Krefeld – trad. Alessia Brancatelli)

brousse - Tipo morfo-lessicale (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

Questo tipo morfo-lessicale è attestato, oltre che in lingua franco-provenzale e in occitano, anche in catalano e in corso (brocciu) (cfr. TLFi, brousse 2). Considerata questa distribuzione del tipo, la possibile derivazione dal gotico precedentemente ipotizzata è decisamente poco plausibile (specie nel caso della Corsica), così come lo è a livello onomasiologico (LAVORAZIONE DEL LATTE, nello specifico: FORMAGGIO FRESCO DA LATTE DI PECORA E CAPRA). È molto più convincente la proposta di Ernest Schüle, il quale suggerisce un'etimologia preromana, menzionata dal TLFi in un riassunto della storia della parola:
"D'apr. Brüch dans Z. rom. Philol. t. 35, p. 635, GAM. Rom.1t. 1, p. 369, t. 2, p. 38 et Gamillscheg dans Z. rom. Philol. t. 40, p. 148, ce groupe de mots est issu du got. *brǔkja « ce qui est brisé », dér. du got. gabruka « morceau » (FEIST, s.v. gabruka; KLUGE20, s.v. Brocken). E. Schüle dans Pat. Suisse rom., s.v. brochyè, estime au contraire qu'un terme got. peut difficilement s'être implanté dans le vocab. laitier des Alpes, et propose une base préromane *brottiare, d'orig. inconnue.”

('Secondo Brüch e Gamillscheg – si vedano rispettivamente il Z. rom. Philol. t. 35, p. 635, GAM. Rom.1t. 1, p. 369, t. 2, p. 38; e Z. rom. Philol. t. 40, p. 148 – questo gruppo di parole deriva dal gotico *brǔkja «ciò che è rotto», proveniente a sua volta dal gotico gabruka «pezzo di qualcosa» (FEIST, s.v. gabruka; KLUGE20, s.v. Brocken 'pezzo'). Nel Pat. Suisse rom., s.v. brochyè, E. Schüle ritiene, al contrario, che difficilmente un termine gotico si sia potuto introdurre nel vocabolario lattiero alpino e propone *brottiare, una base preromana di origine sconosciuta” (TLFi).

(auct. Thomas Krefeld – trad. Alessia Brancatelli)

bruma - Tipo di base (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

L'etimo latino dal quale proviene il tipo di base è bruma, inizialmente indicante il 'solstizio d'inverno'. Bruma è la forma contratta di *brevŭma (brevissima dies 'il giorno più breve' (cfr. Treccani: s.v. bruma). Oltre ad avere questo significato, esso si riferiva più genericamente al concetto di 'inverno' e, in senso più ristretto, a quello di 'gelo invernale' (si veda Georges s.v. bruma). Da qui, esso sviluppò nell'area romanza occidentale il significato di 'nebbia', come ad esempio in francese brume, in spagnolo e portoghese bruma e nel catalano broma.
Lo stesso vale per il termine friulano brume (si veda FEW), il quale, tuttavia, sviluppò metaforicamente anche il significato di PANNA.
La forma ladina brama, ricollegandosi a quelle occidentali, acquisì la vocale tonica sotto l'influsso del sinonimo crama.

(auct. Myriam Abenthum | Thomas Krefeld – trad. Alessia Brancatelli)

BURRO - Concetto (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

Il tipo di base dominante (si veda Georges v.s. būtȳrum) è un antico prestito dal greco che già in latino si riferiva al concetto di BURRO (si confronti anche con butyru(m)).
Pare, tuttavia, che il burro non venisse utilizzato allora come genere alimentare, bensì come mezzo curativo. Lucio Giunio Moderato Columella (morto attorno al 70 d.C.), che nel suo trattato sull'agricoltura Res rustica (VII libro, cap. VIII) si occupa, tra l'altro, in modo dettagliato della produzione del latte (si veda FORMAGGIO), non menziona l'impiego del burro in ambito culinario; egli consiglia, al contrario, di utilizzarlo in forma liquida per trattare i dolori cronici (?):
"Fere autem omnis dolor corporis, si sine vulnere est, recens melius fomentis discutitur; vetus uritur, et supra ustum butyrum vel caprina instillatur adeps. (Columella 1941, Libro VI, Cap. XII, pag. 160). 
Qui la traduzione in inglese:
"Almost all bodily pains, if there is no wound, can in their early stages be better dissipated by fomentation; in the advanced stage they are treated by cauterizations and the dropping of burnt butter or goat’s fat upon the place." (Columella 1941, Libro VI, Cap. XII, pag. 161); (''quasi ogni tipo di dolore corporeo – eccetto quelli causati da ferite – può essere dissipato negli stadi iniziali tramite la fomentazione; negli stati avanzati, i dolori vengono trattati tramite cauterizzazione e successiva applicazione locale di burro arso o di grasso caprino'').
Gli altri tipi di base correlati al concetto di BURRO sono molto interessanti dal punto di vista onomasiologico, in quanto essi sono motivabili in modi molto diversi tra loro:
  • sulla consistenza grassa e cremosa si vedano i tipi di base latini pĭngue(m) 'grasso' e ŭnguĕre 'ingrassare, imburrare' , assieme alla variante  *ungĕre;
  • sulla pratica della 'pigiatura' come processo di produzione del burro si veda il tipo di base latino *pisiāre 'pestare, pigiare')
  • sulla basilare tecnica di conservazione del burro tramite fusione si confronti il tipo di base tedesco Schmalz dal verbo schmelzen 'sciogliere').

  • (auct. Thomas Krefeld | Stephan Lücke – trad. Alessia Brancatelli)

    butyru(m) - Tipo di base (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

    L'etimo latino del tipo di base appare come poco problematico: si tratterebbe, infatti, di un prestito dal greco, alla base del quale vi sarebbe un composto delle parole tyrós (ὁ τυ̅ρός) 'formaggio' e boūs (ἡ βοῦς: si veda il latino bovis) 'mucca'.
    La composizione di questa parola pone enfasi sul fatto che si parli di latte bovino; essa rimarca la peculiarità del prodotto, lasciando bene intendere che in origine il FORMAGGIO non derivasse dal LATTE DI MUCCA. Nella cultura greca, infatti, il formaggio veniva tradizionalmente prodotto con il latte di pecora o di capra, e lo è tuttora (una testimonianza letteraria delle usanze greche è offerta dall'Odissea, nell'episodio 'Ulisse e Polifemo' [9,170-566; nello specifico, nei versi 244-247 si legge che il ciclope non possedeva bestiame, ma pasceva le pecore ai pascoli]).
    Il termine greco τὸ βούτυ̅ρον si riferisce al concetto del 'grasso del latte' (τὸ πῖον τοῦ γάλακτος [si veda il Corpus Hippocraticum, raccolta di testi medici redatti presumibilmente tra il VI secolo a.C. e il II secolo d.C.]). Nel Corpus Hippocraticum si racconta di come la popolazione degli Sciti producesse il burro dal latte di cavalla (Corp. Hipp., Morb. 4, 20). Il metodo ivi descritto è simile a quello diffuso ancora oggi: pare, infatti, che gli Sciti versassero il latte di cavalla in una zangola (recipiente cavo in legno: ἐς ξύλα κοῖλα) e che poi lo scuotessero. Tuttavia, il Corpus Hippocraticum non fa menzione di come gli Sciti impiegassero il burro prodotto (se come genere alimentare o come rimedio curativo, ad esempio).
    Così come nel Corpus Hippocraticum, anche in Plinio il Vecchio si esprime l'idea che la produzione e l'utilizzo del burro fossero usi tipicamente 'barbarici' (NH 28, 35: ''e lacte fit et butyrum, barbararum gentium lautissimus cibus et qui divites a plebe discernat''). Ciò potrebbe dipendere dal fatto che nell'area mediterranea era l'olio d'oliva ad essere impiegato come 'grasso alimentare' (utilizzo peraltro dominante ancora oggi). Greci e Latini non utilizzavano il burro come mezzo alimentare, bensì come rimedio curativo: da Ippocrate, a Celso, a Galeno, non sono, infatti, rare le attestazioni di βούτυ̅ρον/butyrum nella letteratura medica; perfino Plinio il Vecchio parlava dell'impiego del burro come mezzo terapeutico (contro il dolore al collo, ad esempio: NH 28, 52).
    Oltre al neutro βούτυ̅ρον, in greco è presente anche la variante al maschile ὁ βούτυ̅ρος. In entrambe le forme l'accento si trova sulla terzultima sillaba (si tratta di parole proparossitone). Il latino sembra quindi aver adottato 'butyrum' dal greco.

    Bisogna fare distinzione tra due varianti del tipo di base butyru(m) a seconda dell'accentazione:
    • butӯru(m), il termine latino parossitono dal quale proviene il tipo italiano butirro (si veda DELI 179);
    • bútyru(m), termine latino con accento iniziale proveniente dal greco βούτυ̅ρον; da questo si sarebbero sviluppati il francese antico e il francese odierno bure, così come anche il francese beurre. Questo tipo fu, inoltre, preso in prestito in italiano, risultando nel termine burro (si confronti DELI 178).
    Meno chiara è, invece, la storia del prestito dalla lingua romanza al germanico. Bisogna porre l'attenzione alla variazione del genere del termine tedesco Butter: in alemanno e bavarese domina il tipo al maschile; tuttavia, nel SDS si attestano alcune forme al femminile e una addirittura al neutro. Stando al Kluge 166, il tipo al maschile si sarebbe sviluppato in un secondo momento, in analogia con il termine alemanno Anke, maschile, sinonimo di 'burro'; un primo sviluppo sarebbe, invece, da attribuire alla variante al femminile, la quale sarebbe risultata come femminile singolare attraverso il cambiamento di significato del neutro plurale latino in -a. L'antico alto tedesco butira si ricollegherebbe a questo fenomeno.
    In un'ottica geolinguistica ed interlinguistica dell'area alpina, tuttavia, questa spiegazione è poco convincente, poiché nella zona linguistica bavarese del Tirolo il tipo al maschile costituisce un'area in comune con il tipo romanzo but'ir, anch'esso maschile e confinato al sud. È quindi molto più ragionevole riconoscere in questa forma un primario prestito sostratale, e considerare il tipo femminile die Butter ('LA burro') come variazione secondaria. Il mancato slittamento della dentale -t-, fa pensare che il prestito non sia troppo remoto (non risalirebbe a prima del VIII secolo d.C.), ma che sia avvenuto a conclusione della seconda rotazione consonantica.
    Infine, sembra che il tipo butyrum in area alpina abbia preso il posto dei nomi provenienti dal latino unguere / *ungere ', ungere, ingrassare, lubrificare'.

    (auct. Thomas Krefeld | Stephan Lücke – trad. Alessia Brancatelli)

    cabane / capanna - Tipo morfo-lessicale (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

    L'origine precisa di questo tipo non è del tutto chiara. Il termine capanna comparve raramente ed in ogni caso molto tardi in latino (è presente in Isidoro di Siviglia e negli scoli a Giovenale risalenti all'anno 800 circa). Si è spesso presupposto che si trattasse di una parola celtica (FEW S. 244, capanna), nonostante non ci fosse alcuna evidenza in merito.
    In Isidoro di Siviglia la parola è erroneamente derivata dal latino capere: una piccola capanna si chiamerebbe così perché capace di contenere una sola persona (Origines, XV [De aedificiis et agris], 12, 2: 'Hunc rustici capannam vocant, quod unum tantum capiat'). All'estremo nord del Piemonte, il termine capannaio viene utilizzato per indicare il mestiere del MALGARO.

    Le varianti fonetiche di questo tipo morfo-lessicale possono essere raggruppate in 'tipi' secondo i seguenti criteri:
    (1) Variazione nell'attacco sillabico delle parole:
    • [k-] mantenuta; cfr. francese cabane;
    • [k-] palatalizzata:
      • [k-] > [ts-]; cfr. francoprovenzale tsˈăvănə
      • [k-] > [tɕ-]; cfr. romancio dell'Engadina chamanna;
      • [k-] > [ʧ-]; cfr. francoprovenzale ʧavˈaːna
    (2) Attacco sillabico della seconda sillaba in posizione intervocalica:
    • [-p-] mantenuta; cfr. italiano capanna;
    • [-p-] indebolita:
      • - Sonorizzazione [-p-] > [b-]; cfr. francese cabane;
      • - Sonorizzazione e spirantizzazione (fricativizzazione) [-p-] > [v-];
    (3) Vocali in coda sillabica:
    • [-a];
    • [-ə];
    • [-e];
    • [-o].

    (auct. Thomas Krefeld | Stephan Lücke – trad. Alessia Brancatelli)

    CAGLIO (SOSTANZA PER LA COAGULAZIONE DEL LATTE NELLA PRODUZIONE DEL FORMAGGIO) - Concetto (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

    Nella coagulazione a base di caglio si sfruttano le proprietà dei batteri lactobacillales (LAB – Lactic Acid Bacteria) al fine di indurre la fermentazione del lattosio. Il caglio è una miscela di enzimi i quali portano la caseina a separarsi dal latte, facendola depositare sul fondo. Nella produzione lattiero-casearia tradizionale, il caglio impiegato viene di norma estratto dallo stomaco dei vitelli, sebbene i COAGULANTI possano anche essere di origine vegetale, microbica o sostituiti da prodotti creati biotecnologicamente. Nella coagulazione a base di caglio, il fattore temperatura è determinante: il latte dolce, impiegato come materiale di partenza, viene riscaldato e mescolato al caglio, il quale fa sì che la caseina contenuta nel latte si coaguli. Dopo la fase di deposizione e quella di completa disidratazione, la quantità di materia gelatinosa da queste derivata si riduce durante la fase successiva. Prima che essa venga riposta negli stampi da formaggio, è possibile che venga aggiunto del sale. Divenuta solida, la massa viene lasciata ad asciugare ed è, infine, pronta per la stagionatura (crf. König 1893: 326-327; e ancora Rehm 1967: 93).

    (auct. Myriam Abenthum – trad. Alessia Brancatelli)

    *cala - Tipo di base (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

    Questo tipo di base "ist als Ortsname und Appellativum über ein weites Gebiet in den westl. Mittelmeersprachen verbreitet" ('è ampiamente diffuso nelle lingue mediterranee occidentali sia come nome di luogo che come appellativo'), FEW II, 51. Di origine presumibilmente preindoeuropea, sembra designasse nel suo significato originario un 'luogo protetto'. Si spiega, così, l'uso del termine cala 'insenatura marina, baia' sia in siciliano che nelle lingue ibero-romanze (si veda a tal proposito FEW ibidem). Per quanto riguarda l'area di ricerca di VerbaAlpina, *cala funge da base per la denominazione della Val Calanca, una parte del Misox/Misocco.

    (auct. Thomas Krefeld – trad. Alessia Brancatelli)

    camera - Tipo di base (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

    Cfr. zimbar.

    capănna(m) - Tipo di base (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

    Questo tipo di base è rappresentato solo attraverso un tipo morfo-lessicale:
    Stando a quanto riportato dal FEW II, 246, il termine latino capanna, al quale il tipo di base dovrebbe rifarsi, è attestato solo una volta (nello specifico in Isidoro di Siviglia); "sein Ursprung ist dunkel" ('di origine oscura, poco chiara'), FEW II, 246.
    Una variante alpina è costituita dalle forme in cui è presente la consonante -m-; si veda DRG 3, 336-339.
    Per quanto riguarda la semantica delle forme in romancio, si legge: "In der Bedeutung 'Hütte, einfaches, armseliges Haus' nimmt das heute literarisch gefärbte camona eine Mittelstellung ein zwischen fam. --> baita DRG (2,76) 'Baracke, verfallenes Haus, schlechte Hütte' und --> teja 'Hütte, Senn-, Alphütte'. Vgl. auch --> fögler" (239).
    Trad.: "con il significato di 'capanna, casa umile e semplice', il termine camona (oggi connotato letterariamente) ottiene una collocazione intermedia tra il termine familiare --> baita DRG (2,76) 'baracca, capanna decadente' e --> teja 'capanna, casetta alpina, montanara'. Si veda a tal proposito anche --> fögler" (239).

    (auct. Thomas Krefeld – trad. Alessia Brancatelli)

    *cappellus - Tipo di base (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

    Il tipo di base risulta dal latino *cappellus indicante un 'tipo di copricapo' ed è un diminutivo del termine latino cappa 'cappello' (si veda FEW 2, 293, s.v. cappellus). Il termine *cappellus si riferiva inizialmente a diversi tipi di copricapo. In realtà, non era usanza romana portare il cappello: solo chi lavorava molto all'aperto, dunque la plebe, soleva indossare copricapi di diverse forme e materiali per protezione contro il sole. Da *cappellus si svilupparono le parole chapeau in francese, cappello in italiano, tśapé in romancio dell'Engadina e anche tśapel in friulano. Secondo Kramer (EWD II, 153), la parola di base ćiapél 'cappello' in ladino sarebbe un termine puramente ereditato.
    Nell'area presa in esame da VerbaAlpina, il tipo di base si trova anche in riferimento al concetto di PANNA MONTATA (Carta interattiva). Sono, infatti, presenti delle derivazioni del termine latino cappa in riferimento alla schiuma che si forma sul sidro o sulla birra, o in riferimento allo 'strato o pelle' che si forma sul latte bollito (si veda a tal proposito EWD II, 275). Anche il diminutivo latino *cappellus sviluppò il significato metaforico di 'schiuma' (cfr. EWD II, 291). Si spiega, così, il perché della comparsa di quest'ultimo nella designazione del concetto di 'panna montata'. In modo simile si spiega lo slittamento metaforico del termine caput.

    (auct. Myriam Abenthum – trad. Alessia Brancatelli)

    caput - Tipo di base (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

    Il termine latino caput 'testa', vale qui come base. Caput subì una forte concorrenza da parte della parola testa, che in realtà esprimeva il concetto di 'recipiente di argilla, coccio'. Nella maggior parte delle aree di lingua romanza, caput fu sostituito da testa (si confronti FEW 2, 345 s.v. caput); sopravvisse, tuttavia, nel suo significato originario in Lombardia, nel Sud Italia, in Toscana, in Friuli, nel cantone dei Grigioni, in Romania, in Catalogna, nella Francia sud-orientale e nell'area alpina delle Dolomiti (in italiano capo, in ladino ćé, in dialetto friulano ciâf; cfr. DELI 1, 199-200; e EWD II, 74-75). Già il latino caput veniva utilizzato sotto molteplici aspetti in senso metaforico, ad esempio per esprimere il concetto di 'sommità, punta, cima' (si veda Georges s.v. caput). Nell'area alpina di lingua romanza è possibile trovarlo in relazione a diverse denominazioni metaforiche della PANNA, in quanto essa affiora sulla superficie del latte.
    In modo simile si spiega lo slittamento metaforico di cappellus.

    (auct. Myriam Abenthum – trad. Alessia Brancatelli)

    CASARO (PERSONA RESPONSABILE DELLA LAVORAZIONE DEL LATTE) - Concetto (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

    caschiel - Tipo morfo-lessicale (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

    Questo tipo morfo-lessicale corrisponde ad un diminutivo del latino caseus 'formaggio' e significava inizialmente 'piccolo formaggio'.
    Come mostrato dalla carta interattiva, il tipo morfo-lessicale ha il generico significato di 'formaggio' soprattutto nell'area di lingua romancia (si veda DRG 3, 444-450), ma anche in una parte dell'area di lingua ladina (Grödner- e Abteital) -non presente sulla carta-. Al di fuori dell'area di ricerca di VerbaAlpina, invece, esso è presente nel veneziano (casuòla; si confronti EWD II, 126) e in occitano (si veda FEW, s.v. caseolus).

    (auct. Myriam Abenthum | Thomas Krefeld – trad. Alessia Brancatelli)

    caseāria - Tipo di base (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

    Non risulta particolarmente problematico individuare l'origine di questo tipo proveniente dal latino casearia(m), derivazione aggettivale di caseus, 'formaggio'. Il DELI (213) rimanda a casiera, una forma medio-latina attestata a Bergamo nel 1145; per quanto riguarda la lingua alemanna, si confronti l'Idiotikon s.v. chäseren. Nell'area alpina di lingua tedesca, inoltre, il tipo è spesso presente anche nelle denominazioni di singoli pascoli montani, come ad esempio in Kaser(alm).

    (auct. Thomas Krefeld – trad. Alessia Brancatelli)

    caseu(m) - Tipo di base (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

    Il concetto di KÄSE può essere generalmente reso in latino con caseus 'formaggio' (si veda Georges, s.v. caseus). Nel Kluge si indica una connessione con il termine kvasŭ 'lievito madre' in lingua slava ecclesiastica antica e si sostiene, dunque, l'ipotesi di un'origine indoeuropea del termine. La parola latina penetrò in tempi molto antichi nella lingua germanica (cfr. kāsi, termine in alto-tedesco antico attestato già nell'VIII secolo, e l'anglo-sassone cēse, con vistosa palatalizzazione); secondo il Kluge, 478: "[d]as lateinische Wort [...] mit der Labkäsebereitung entlehnt. Zuvor kannten die Germanen nur Weichkäse (Quark)", ('la parola latina [...] fu presa in prestito insieme al processo di preparazione del caglio. Inizialmente, infatti, le popolazioni germaniche non conoscevano altri tipi di formaggio se non il Quark – formaggio molle simile alla ricotta'). Nelle lingue romanze, tuttavia, il primo tipo dominante (si vedano DéROM: v.s. “*/`kasi-u/” e FEW 2: 456-458) fu sostituito da formaticu(m), tipo motivato esplicitamente dalla produzione del caglio, o per essere più precisi, dalla produzione di formaggio tramite COAGULANTE, poiché solo per mezzo di questa tecnica è possibile dare al formaggio una forma, farlo maturare e conservarlo a lungo (da qui i termini in francese fromage, in italiano formaggio ecc).
    Il termine caseus, invece, si conservò nella parola italiana càcio, tipo molto diffuso a livello dialettale soprattutto in Toscana e nei dialetti centrali e meridionali d'Italia (cfr. DELI I: 182); nell'area di ricerca di VerbaAlpina, esso è presente nella forma ladina ćiajó (si veda EWD II: 126). Nelle Alpi occidentali, al contrario, caseus non riuscì ad imporsi per via della presenza di toma, termine preromano, forse di substrato gallico.

    (auct. Myriam Abenthum | Thomas Krefeld – trad. Alessia Brancatelli)

    cautum - Tipo di base (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

    Questo tipo di base rimanda al latino cautum 'luogo sopraelevato', a sua volta relativo al termine latino cautus 'cauto, accorto, sicuro' (si veda Hubschmid 1950: 338; si confronti REW, s.v. cautum).
    Cognati linguistici romanzi sono il ladino delle Dolomiti ćiàlt 'rimessa, capannone' (si veda EWD II: 129) ed il friulano ciôt 'porcile' (si confronti FEW, s.v. cautus).

    (auct. Myriam Abenthum | Thomas Krefeld – trad. Alessia Brancatelli)

    cellārium - Tipo di base (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

    Il motivo dell'enorme diffusione delle forme appartenenti a questo tipo di base non è facile da individuare. Infatti, poiché al latino cellārium è anche riconducibile il termine Keller 'cantina' in tedesco standard, ci si domanda se le attestazioni alemanne e bavaresi riportate nella zona di ricerca di VerbaAlpina siano da interpretare come varianti giunte tramite lo standard o se si debba ipotizzare che in loro risiedano delle reliquie substratiche latino-romanze.
    Una spiegazione circa la questione substratica è offerta senza dubbio dalla semantica in quanto nell'area alpina tedesca (così come in quella romanza) domina il significato di 'stanza per il latte, stanza/casetta atta alla conservazione del latte e del formaggio' o anche 'capanna atta alla produzione del latte'. Questo significato è in primo luogo funzionale, indirizzato verso le finalità della piccola struttura, e poco definito dal punto di vista architettonico: esso corrisponde pertanto più al significato di cellārium in latino classico ('dispensa, magazzino'), che a quello di Keller, 'cantina' nell'odierno tedesco standard. Anche il termine italiano cellaio ha il significato di 'dispensa'; il piano inferiore e sotterraneo di una casa viene, al contrario, chiamato cantina. Le attestazioni romanze evidenziano, dunque, una specializzazione semantica ed etnografica della parola.
    Anche lo sviluppo di significato da 'magazzino' a 'cantina' è abbastanza plausibile, specialmente se pensiamo al vino che spesso si conserva in quest'ultima. Al contrario, è molto improbabile un sviluppo di significato del tedesco Keller (cantina) a 'Vorratsraum für Milch und Käse' (magazzino per la conservazione del latte e del formaggio), cioè esattamente al presunto antico significato delle vicine forme romanze.
    Tuttavia, la fonetica delle forme alemanne e bavaresi è assai problematica, in quanto esse non mostrano alcun riflesso della palatalizzazione romanza della [k-] iniziale. Questo problema non si presenta solo per il tedesco meridionale, bensì per l'intera antica area di prestito latino-romanzo/tedesco, così come dimostra la convivenza tra forme slittate (ted. Zwiebel 'cipolla' cēpŭlla [REW 1820]) e forme non slittate (ted. Kiste cĭsta 'cesta', ted. Wicke vĭcia). È in quest'ottica che va preso in esame il nome del fiume tedesco Neckar dal lat. Nicer (si vedano RE, XVII/1 e dKP, 4, 88), senza alcuna palatalizzazione. È molto probabile che esso sia stato preso in prestito prima del 260-280 d.C., considerato che i territori a destra della riva nella Germania superior – che comprendevano tutto il corso del Neckar – furono abbandonati in quel periodo; ecco quindi il terminus post quem per la palatalizzazione nel Nord delle Alpi (o per la sua diffusione generale) facenti parte dell'Impero romano. Data la datazione avanzata della palatalizzazione romana, il solo argomentare sull'epoca del prestito non è sufficiente: bisognerebbe mettere in conto molto altro, come ad esempio il fatto che le varianti – stabili e conservative da un lato, e dinamiche e innovative dall'altro – hanno convissuto a lungo l'una accanto all'altra nel periodo romanzo antico.
    Ancora in quest'ottica è da notare come la plosiva non si sia conservata solo nel sardo, lingua lontana ed isolata romanizzata molto presto (si veda il famoso esempio di kentu 'cento' in lingua sarda dal lat. centu[m] ecc), ma come essa mostri d'essere esistita anche in lingua dalmatica – sebbene in questo caso la lontananza dal territorio alpino fosse sicuramente minore (si confronti il termine kapula in lingua dalmatica proveniente dal lat. *cēpŭlla [REW 1820]).

    (auct. Thomas Krefeld – trad. Alessia Brancatelli)

    chalet - Tipo morfo-lessicale (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

    Originaria designazione alpina (si veda TLFi, chalet) penetrata nello standard francese per ragioni legate al fenomeno del turismo; la base del termine chalet è costituita da una derivazione diminutiva del termine pre-indogermanico *cala.

    (auct. Thomas Krefeld – trad. Alessia Brancatelli)

    chamona - Tipo morfo-lessicale (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

    Questo tipo retoromanzo è legato ai tipi morfo-lessicali cabane / capanna (f.) (roa.), entrambi riconducibili al tipo di base capănna(m).


    (auct. Stephan Lücke – trad. Alessia Brancatelli)

    clarus - Tipo di base (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

    Il termine latino clarus 'chiaro' vale qui come base e possiede metaforicamente il significato di 'diluito, annacquato': lo slittamento semantico verso il concetto di LATTICELLO è ragionevolmente motivato se si pensa alla sua consistenza acquosa e la sua poca opacità.
    Forme analoghe sono attestate dal FEW, 2, 741 (s.v. clarus, 2, 739).

    (auct. Myriam Abenthum – trad. Alessia Brancatelli)

    COAGULANTE - Concetto (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

    I coagulanti sono sostanze le quali, se mescolate al latte, portano alla coagulazione delle proteine in esso contenute. Dal punto di vista chimico, il cambiamento interessa la struttura fisica delle molecole proteiche a catena lunga contenute nel latte; questo processo (detto di denaturazione) fa sì che esse si leghino a formare una sostanza solida, dunque non più liquida. La massa proteica divenuta compatta è definita "cagliata", la restante parte liquida si chiama invece ''siero''. È possibile far derivare il formaggio dalla cagliata tramite un processo di stagionatura.
    In area alpina il latte prodotto è in genere di mucca, di pecora o di capra, sebbene sia giusto specificare che ogni tipo di latte mammifero, in realtà, potrebbe essere soggetto a coagulazione, ed essere, di conseguenza, anch'esso lavorato al fine di produrre il formaggio.
    Le sostanze utilizzate come coagulanti vengono spesso prelevate dallo stomaco di bovini o caprini ancora lattanti, come ad esempio vitelli, agnelli e capretti. Nello specifico, dallo stomaco del vitello si preleva il cosiddetto ''caglio'', la cui componente coagulante attiva si chiama chimosina. Anche altri tipi di sostanze non necessariamente di origine animale possono essere utilizzati per la coagulazione, come ad esempio gli acidi (acido citrico, acido acetico, ecc.). Si può persino ottenere lo stesso risultato mescolando il latte con un rametto di fico: all'interno del proprio lattice, infatti, la pianta di fico contiene la ficina, enzima dalle notorie proprietà coagulanti.
    Questi non sono certo metodi di recente scoperta. Essi sono infatti conosciuti sin dall'antichità, così come testimoniato più volte da Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia (es. NH 23, 63 ed. Loeb: Fici sucus lacteus aceti naturam habet, itaque coaguli modo lac contrahit – ''Il succo latteo del fico ha la natura dell'aceto, e così come il caglio fa coagulare il latte''; NH 23, 64, ed. Loeb: Caprificus etiamnum multo efficacior fico; surculo quoque eius lacte coagulatur in caseum. – ''Il fico selvatico è ancora più efficace di quello domestico; un suo ramo, messo nel latte, lo fa coagulare'').
    Nel XIX secolo in Spagna si era soliti far coagulare il latte mescolandolo con piccoli rami di fico (si veda P. Ascherson / P. Graebner, Synopsis der mitteleuropäischen Flora, IV tomo, Lipzia 1908-13, pag. 593: "Der Milchsaft der Feige enthält ein Enzym, welches ähnlich dem von Carica papaya Proteinsubstanzen löst, vergl. Bouchu Journal de pharm. II. 1880. 164. Er wurde schon im Alterthum und wird noch heute in Spanien nach Wolffenstein bei Wittmack (Sitzb. d. Bot. Ver. d. Prov. Brandenb. XX [1878] 31) zum Gerinnen der Milch bei der Käsebereitung wie Lab benutzt" – ''Il latte di fico contiene un enzima simile alle sostanze proteiche contenute nella Carica papaya, si confronti il Bouchu Journal de pharm. II. 1880. 164. Era utilizzato già nel mondo antico ed è tuttora impiegato come caglio in Spagna per la coagulazione del latte volta alla produzione di formaggio (Sitzb. d. Bot. Ver. d. Prov. Brandenb. XX [1878] 31)").

    (auct. Stephan Lücke – trad. Alessia Brancatelli)

    coagŭlum - Tipo di base (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

    Alla base di questo tipo troviamo il termine latino coagulum, il quale già in latino classico significava sia 'caglio' che 'latte colato', in senso metonimico. Il termine sopravvive ancora oggi in tutte le lingue romanze, ma i due significati si sono conservati solo in gallo-romanzo (si veda FEW, 2, 818 ff., s.v. coagulum). Nelle altre lingue romanze, infatti, il tipo di base si riferisce esclusivamente al concetto di 'coagulante', come ad esempio accade con il termine italiano caglio o con il romancio (sursilvano) cuagl, o ancora con il romancio dell'Engadina quegl 'caglio' (cfr. HWdR, 206). Oltre al sostantivo, esiste anche il verbo coagulare.
    Il verbo latino coagulare, inizialmente utilizzato in forma transitiva per indicare il 'portare alla coagulazione', fu usato a partire dal V secolo anche in forma intransitiva con il significato odierno di 'coagulare' ed è possibile trovarlo in tutta l'area romanza, come nel caso del francese cailler e dell'italiano quagliare (si confronti a tal proposito FEW 2, 816-820, s.v. coagulare).

    (auct. Myriam Abenthum | Thomas Krefeld – trad. Alessia Brancatelli)

    cohortem - Tipo di base (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

    Secondo quanto riportato dal piccolo dizionario latino-tedesco Georges, la definizione primaria del termine latino cohors è quella di 'rings eingezäunter Ort, der Hofraum, das Gehege, bes. fürs Vieh, der Viehhof', ('zona recintata, cortile o recinto, nello specifico per il bestiame e l'allevamento del bestiame'). Le accezioni di 'folla', 'schiera', e 'seguito', così come quelle più specifiche relative all'ambito militare ('decima parte di una legione', 'guardia del corpo', ecc.), furono generate attraverso un processo di tipo metonimico.
    Nell'area alpina si è conservato il significato di base del termine ('freier Melk- und Schlafplatz um die Sennhütte', ovvero 'spazio aperto per la mungitura e luogo di riposo nei pressi del pascolo'); si osserva, per di più, l'evidente spostamento metonimico del vocabolo dall'effettivo spazio per la mungitura agli edifici montani (si veda l'analoga polisemia del tipo base malga).
    Varro individua due plausibili derivazioni della parola cohors: secondo la prima ipotesi, essa potrebbe essere connessa al verbo coorior e designare, pertanto, il posto intorno al quale il bestiame 'viene radunato' (dalla traduzione di R.G. Kent [Varro. On the Latin Language, Volume I: Books 5-7. Translated by Roland G. Kent. Loeb Classical Library 333. Cambridge, MA: Harvard University Press, 1938]; questa accezione del termine è, però, difficilmente correlabile a quelle riportate dal Georges, o al significato primario del semplice oriri).
    La seconda possibile opzione è che vi sia un rapporto con il termine greco χόρτος, il quale è di per sé perfettamente ricollegabile al latino hortus (Varro, De Lingua Latina 5,88: cohors quae in villa, quod circa eum locum pecus cooreretur, tametsi cohortem in villa Hypsicrates dicit esse Graece χόρτον apud poetas dictam). Difatti, tanto hortus quanto χόρτος hanno in origine un significato analogo a quello di cohors (su χόρτος si confronti Il. 11, 774 e 24, 640).


    (auct. Thomas Krefeld | Stephan Lücke – trad. Alessia Brancatelli)

    colare - Tipo di base (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

    Il tipo base rimanda al termine latino cōlare, 'filtrare, colare', il quale deriva a sua volta dal latino colum 'setaccio, colabrodo' (si veda DELI 2, 250 f.). Oltre ad essere presente nella terminologia riguardante la lavorazione dei metalli, esso è diffuso come termine tecnico anche nella lavorazione di prodotti lattiero-caseari, usato in riferimento ai processi di filtrazione del latte; si confrontino i termini couler in francese, colare in italiano, cular nel romancio del cantone dei Grigioni, corè in ladino (con rotacismo di -l- in -r-) ecc.; cfr. FEW s.v. colare.

    (auct. Myriam Abenthum | Thomas Krefeld – trad. Alessia Brancatelli)

    crama - Tipo di base (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

    L'etimo del tipo di base crama è di origine gallica. La prima attestazione risale al VI secolo ad opera di Venazio Fortunato; esso apparve nuovamente in una glossa e in alcune ricette mediche nel IX e nel X secolo. Il significato di questo tipo di base è in primo luogo quello di PANNA.
    È interessante fare alcune considerazioni sullo sviluppo della parola negli affini francesi: nel francese antico è attestata, come prevedibile, la forma craime , 'crema del latte'; A partire dal XIII secolo, però, si registra in francese medio la forma cresme, indicante 'la parte più spessa del latte che viene a galla quando lo si lascia riposare per poi fare il burro' (si veda FEW 2, 1271.1274, s.v. crama. È qui necessario soffermarsi sulla s apparsa in questa forma, di cui un'odierna manifestazione è offerta dalla ê presente nell'ortografia standard del francese contemporaneo (crême); per spiegarne la presenza, bisogna infatti fare riferimento all'incrocio-interferenza con la parola ecclesiastica chrisma 'unzione', dal greco χρῖσμα.
    Nel francese moderno si stabilì la forma crème, da cui fu presa in prestito la parola crema in italiano (si veda il DELI 1: 295).
    Il tipo di base crama fu, invece, tramandato soprattutto nella lingua piemontese, nel lombardo e nel retoromanzo, sebbene vi sia stata una sostituzione data dalla sonorizzazione del suono iniziale cr- in gr-, un po' come accaduto nel sursilvano groma e nel romancio dell'Engadina gramma (cfr. HWdR, 381).
    Il tipo lessicale tedesco Rahm è anch'esso da ricondurre al tipo di base crama; sulla base dei contatti linguistici in area alpina è possibile proporre una nuova forma di derivazione. Il Kluge, 2011 offre una ricostruzione della storia della parola, da un punto di vista indoeuropeo:

    "Rahm s, m 'panna', tedesco standard (XI sec.), alto-tedesco medio roum, basso-tedesco medio rōm(e). Dal germanico occidentale *rauma- m.panna’, si ottenne anche rēam in inglese antico; si nota l'apofonia, infine, nel ­nordico antico rjúmi.
    Assumendo che si parta da *raugma-, allora il termine in lingua avestica raoγna- n., sarà comparabile con raoγniiā- f. 'burro'. Altra origine incerta.
    La forma nel nuovo alto-tedesco si basa su una voce dialettale, nella quale il nesso vocalico ou dell'alto-tedesco medio si ridusse alla vocale ā. Nei luoghi in cui vi è una differenza semantica tra Rahm e Sahne, la parola si riferisce al concetto di 'panna acida'. Si vedano le derivazioni: entrahmen; abrahmen. Si rimanda, infine, al termine in nuovo nederlandese room." (Kluge 2011, Online v.s. Rahm 1)

    In questo approccio, le relazioni dialettali non vengono prese in considerazione; tuttavia, è da tenere in conto il fatto che nella regione alpina romanza sono ampiamente diffusi il tipo francese crème e quello italiano crema (nello specifico a Sud del confine linguistico germanico-romanzo).





    I corrispondenti tipi fonetici con le varianti vocaliche tonali [æ], [e], [o] e [a] rimandano comprensibilmente alla forma di partenza comune [a], l'innalzamento della /a/ tonica a [e], o anche in [æ] in sillaba aperta o l'arrotondamento di /a/ ad [o] prima delle labiali passa totalmente inosservato. Risulta così il tipo di base crama, di origine gallica, cioè celtica (si confronti FEW  2, 1271-1274, s.v. crama); questo termine è inoltre attestato in Venazio Fortunato (*540-600/610), il quale nacque a Valdobbiadene (area alpina sud-orientale, a Nord di Treviso).
    Ora, sarebbe poco plausibile spiegare l'area in comune dei tipi tra loro sinonimi del tedesco Rahm e del romanzo crama come una fortuita coincidenza. Piuttosto, si dovrebbe ricollegare il tipo di base tedesco a quello gallo-romanzo.

    La riduzione del suono latino-romanzo ad inizio di parola da [kr-] al tedesco [r-] è un fenomeno riconducibile al fatto che "la h- che precede consonante in lingua tedesca scomparve nel IX secolo" (FEW 16, 249, s.v. *hrokk), così come dimostrato dalle innumerevoli attestazioni di altre forme analoghe. È fuor di dubbio che, nei primi tempi di contatto linguistico tra germanico e lingua romanza, la variante [hr-] esistesse ancora: il francese froc 'saio', infatti, non è da ricollegare all'antico alto-tedesco roc, bensì a hroc, con una sostituzione della laringale da parte della fricativa labiodentale. Il Kluge aggiunge in proposito:

    "Rock[.] sostantivo, maschile, tedesco standard (IX secolo), medio alto-tedesco roc, rok, alto-tedesco antico (h)roc, sassone antico rok [.] Da germanico occidentale *rukka- m.Rock’, anche frisone antico rokk. Le forme non germaniche sono comparabili con l'irlandese antico rucht'tunica', gallese rhuchen 'cappotto'. Il resto è poco chiaro.
    Esiste anche una variante con hr- come suono inziale in sassone antico hroc, frisone antico hrokk, il quale ha probabilmente portato, tramite la mediazione del francese, al formarsi di Frack. Si veda anche nuovo nederlandese rok." (Kluge 2011, Online s.v. Rock)

    Allo stesso modo è possibile spiegare la coesistenza del termine inglese horse e del tedesco Ross, germanico *hrussa (si confronti Kluge 2011, s.v. Ross) e il tedesco röcheln accanto al  nuovo islandese hrygla 'sonagli in gola', lettone kraũkât 'tossire, sputare il catarro' dall'indogermanico *kruk- 'russare', 'rantolare', 'grugnire'  (si veda  Kluge 2011, s.v. röcheln).


    (auct. Myriam Abenthum | Thomas Krefeld – trad. Alessia Brancatelli)

    *crassia - Tipo di base (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

    Il tipo di base *crassia, 'grasso', è un nome collettivo relativo all'aggettivo latino crassius 'grasso', variante del latino classico crassus (si veda DELI 2: 517). A partire dal III secolo, questa variante sostituì pinguis, termine originariamente diffuso in tutto il territorio romanzo; quest'ultimo, tuttavia, si è conservato molto bene nell'area di ricerca di VerbaAlpina: si confronti, ad esempio, pench 'latticello' in lombardo o paintg 'burro' in romancio (si veda pinguĕ(m)). È verosimile che il suono iniziale (gr-) conservatosi nelle lingue romanze abbia subìto l'influsso del termine latino grossus 'grosso', non attestato in latino classico (si confrontino FEW, 2, 1277-1286, s.v. crassus e Georges s.v. grossus). È possibile, tuttavia, trovare sonorizzazioni analoghe anche altrove (cfr. ad esempio crama).
    In area alpina si riscontrano sporadiche denominazioni della PANNA, intesa come 'parte grassa del latte', provenienti da questo tipo di base.

    (auct. Myriam Abenthum | Thomas Krefeld – trad. Alessia Brancatelli)

    crŭsta - Tipo di base (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

    Il tipo di base rimanda al latino crŭsta 'crosta', variante della forma classica con [uː] (cfr. Georges, s.v. crūsta). Esso designa la superficie dura e asciutta di un corpo in altre parti morbide e molle. Sia in latino che in altre lingue, il tipo si riferisce, ad esempio, alla crosta del pane. Risulta naturale lo slittamento semantico verso la designazione della 'crosta' del formaggio; esso non è però collocabile nel latino classico: si suppone, piuttosto, che lo spostamento di significato sia avvenuto in un secondo momento.

    (auct. Myriam Abenthum | Stephan Lücke – trad. Alessia Brancatelli)

    Eimer - Tipo morfo-lessicale (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

    Le attestazioni mostrano che le parole relative al tipo morfo-lessicale Eimer (in ted. standard 'secchio') indicano nell'area di ricerca di VerbaAlpina un 'recipiente per la mungitura', mentre con il termine Kübel (gem.) (sinonimo di Eimer), ci si riferisce all'effettivo concetto di 'secchio'.
    Oltre che nelle attestazioni in lingua tedesca, è possibile trovare dei cognati linguistici del tipo anche nei dialetti slavi, con il significato principale di 'Eimer' ('secchio'); si vedano, ad esempio, i termini ajmar o ajmarelj, ejmpar, jempa, lambar e lempa (cfr. Karte Eimer). Nell'intera regione alpina orientale sono diffusi diversi esempi di parentela linguistica del tipo, soprattutto nei dialetti sloveni sotto forma di prestito linguistico. È proprio la realizzazione fonetica di /empar/ – la cui presenza si rivela tramite le attestazioni presenti nello SLA – a dimostrare la mediazione del tipo attraverso il bavarese, dove con Empa si indica allo stesso modo il concetto di 'secchio'. I dizionari (cfr. DWB: s.v. Eimer; EWBD: s.v. Eimer) rivedono nell'alto-tedesco antico eimbar (cfr. AWB: s.v. Eimer) una derivazione dal termine latino amphora, a sua volta preso in prestito dal greco amphoreús (cfr. Kluge: s.v. Eimer).

    (auct. Markus Kunzmann)

    *excŏcta - Tipo di base (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

    Questo tipo di base corrisponde ad *excŏcta, forma femminile del participio perfetto latino al passivo di *excoquere , 'cuocere troppo'. Si tratta di una forma composta del termine coquere 'cuocere' e del prefisso ex- (cfr. DELI 5,1167). Il tipo di base è molto diffuso nel Nord Italia, più di quanto le attuali attestazioni riportate da VerbaAlpina lascino supporre (si veda FEW 3, 278, s.v. *excocta, e ancora Treccani s.v. scotta 2).
    Le forme tedesche del tipo di base, così come anche lo sloveno skuta, rappresentano in senso prototipico parole appartenenti al substrato romanzo nel campo della lavorazione del latte in area alpina. Approcci obsoleti, i quali cercavano una derivazione dall'alto-tedesco antico scotto nel tedesco schottlen/schütt(l)en con conseguenti prestiti nelle lingue romanze, sono qui da escludere, in quanto forme come il lombardo scoččia [skotʃa] possono essere ricollegate solo all'etimo *excocta e non all'alto-tedesco antico scotto. Ѐ chiaro, dunque, che bisogna procedere al contrario nel ricostruire la storia del prestito, collegando il termine in lingua alto-tedesca alla lingua romanza (si confronti, in questo senso, Idiotikon VIII, 1563, s.v. Schotten e anche EWD, II, 200).
    Si noti, tuttavia, la coesistenza di due tipi fonetici in ladino:
    (a) il primo con [ʃk-] in posizione iniziale (si confronti [ʃkota] attestato a Livinallongo del Col di Lana), così come anche in friulano;
    (b) il secondo con [tʃ-] in posizione iniziale (si confronti [tʃot(e)] attestato nel resto della Sella-Ladinia).
    Ѐ possibile che quest'ultimo sia un prestito di ritorno dal bavarese del Südtirol (si veda EWD II, 199-200).
    Il tipo di base è degno di nota a livello semantico, in quanto ci fornisce un esempio caratteristico di polisemia metonimica: esso, infatti, si riferisce ai diversi prodotti ottenuti tramite la coagulazione del latte (o del siero del latte) mediante riscaldamento e bollitura prolungata (lat. EXCOQUERE), vale a dire la massa del formaggio, i liquidi estratti, così come anche la ricotta e le parti proteiche (sull'argomento cfr. VALTS IV, 204).

    (auct. Myriam Abenthum | Thomas Krefeld – trad. Alessia Brancatelli)

    exsūctus - Tipo di base (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

    Il tipo di base rimanda al termine latino exsūctus 'succhiato, dissanguato, asciutto', al participio perfetto passivo (si vedano Georges, s.v. exsugo e FEW, 3, 342 f., s.v. exsuctus). Esso è correlato ai termini romanzi che esprimono il significato di 'secco' (asciutto in italiano, sü(i)t in piemontese, süt nel romancio dell'Engadina, aixut in catalano, enjuto in spagnolo, enxuto in portoghese) e, ancora, a quelli inerenti al significato di 'magro, scarso' (ad esempio il termine rumeno supt).
    Per il progetto di VerbaAlpina sono significative alcune attestazioni rilevate in Friuli, indicanti il concetto di 'formaggio'.

    (auct. Myriam Abenthum | Thomas Krefeld – trad. Alessia Brancatelli)

    flōrem (flōs) - Tipo di base (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

    Questo tipo di base è molto interessante per il suo ampio ventaglio polisemico. Esso proviene dall'etimo latino flōs, i cui significati primari di 'fiore' e 'fioritura' si intrecciano in una relazione di tipo metonimico e danno origine ad ulteriori combinazioni metonimiche e metaforiche.
    Con il significato di 'fioritura', flōs si riferisce spesso al concetto della PARTE MIGLIORE, LA PARTE PIU' BELLA DI QUALCOSA: consideriamo l'esempio in latino flos aetatis 'il fiorire degli anni, della giovinezza, ricchezza della gioventù' (si veda Georges, s.v. flōs), espressione mantenutasi nelle lingue romanze (come in francese la fleur de l'âge 'il fiore degli anni, della vita'; si confronti FEW, 3, 630-638, s.v. flōs). L'espressione francese fleur de la farine indicante 'la parte più fine della farina', che si trova anche in italiano fior della farina, in engadinese flur d´farina e nel tedesco svizzero Blume (si confronti FEW, in situ), si motiva allo stesso modo.
    Con il significato di 'fioritura', flōs è messo in relazione alla SUPERFICIE e alla SOMMITÀ DI QUALCOSA, come accadeva nel francese antico e nel francese medio à fleur de 'in superficie, a livello di'.
    Entrambe le dimensioni semantiche di flōs ('parte bella di' e 'sommità di') motivano verosimilmente la designazione del concetto di PANNA, sviluppatosi già in latino (flos lactis 'panna') e presente e ben documentato ancora oggi nella nostra area di studio (si veda, ad esempio, l'espressione fior di latte 'panna'). Verbi come il francese défleurer o il nuovo occitano sanflurá, sonflurá 'scremare' (si veda FEW, in situ), sono motivabili allo stesso modo.

    (auct. Myriam Abenthum | Thomas Krefeld – trad. Alessia Brancatelli)

    FORMAGGIO - Concetto (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

    Premessa

    Questo concetto si riferisce ai prodotti caseari dalla consistenza solida ottenuti tramite coagulazione attraverso una prima fase di ''separazione'' del latte. Dalla sostanza fluida anch'essa prodotta in questo primo processo (parliamo del SIERO DEL LATTE) è possibile derivare, attraverso una seconda fase di coagulazione, un prodotto caseario simile al formaggio chiamato ricotta, in tedesco svizzero chiamata Ziger e definita in tedesco standard come 'Molkenkäse' (lett. formaggio di siero): a differenza del vero formaggio, però, la ricotta non contiene in sé la caseina, bensì un'altra proteina chiamata (ALBUMINA).

    La storia


    Nell'HLS si sottolinea come il formaggio ottenuto servendosi dell'enzima del caglio – parliamo, dunque, della produzione tramite coagulante (non necessariamente di origine animale, caglio) – non presenti dovunque una continuità con il mondo antico:  ''L'etimologia del termine Käse (formaggio) dal lat. 'caseus' lascia presumere che i Romani conoscessero il processo di lavorazione del latte intero con il caglio per ricavarne un formaggio grasso, salato e conservabile, adatto a essere trasportato nei territori celtici a nord delle Alpi. Il formaggio era già nell'antichità un prodotto alpino d'esportazione della Rezia. Nel basso Medioevo, il declino della cultura latina nelle regioni alemanniche determinò la scomparsa della produzione di formaggio con l'aggiunta di caglio; tuttavia è probabile che tale procedimento fosse ancora conosciuto nelle altre aree romanze. Fonti del basso Vallese e della Gruyère (XIII-XIV sec.) attestano la produzione di formaggio grasso. Scavi archeologici in insediamenti temporanei medievali (finora spec. nella Svizzera centrale) hanno riportato alla luce attrezzature destinate alla fabbricazione e alla conservazione del formaggio, per esempio sostegni per la pressatura, piccoli edifici la cui forma ricorda i trulli per la conservazione del latte e del formaggio, e grotte che servivano verosimilmente da cantina. Nell'insediamento di Bergeten (Braunwald, oggi com. Glarona Sud) è stata scoperta una cantina rocciosa refrigerata con dell'acqua, ma non si conosce la varietà di formaggio che vi era prodotta" (Dominik Sauerländer/Anne-Marie Dubler).
    Bisogna, però, tenere presente che c'è una chiara e più ampia evidenza di una possibile continuità linguistica. Sembra soprattutto che i Romani avessero già acquisito delle conoscenze sulle speciali tecniche di lavorazione del latte dalle popolazioni preromane presenti sulle Alpi. Sono, ad esempio, di origine palesemente pre-latina i termini Senn, Ziger, Brente, Tomme (rispettivamente pastore alpino, ricotta, mastello, tipo di formaggio); altro è, invece, il latino (si vedano i termini Schotten, Gebse, Käse rispettivamente 'formaggio molle come il Quark', 'recipiente in legno', 'formaggio'; cfr. Hubschmid 1951). Gli studi archeologici confermano l'antica datazione della lavorazione del latte in area alpina, in quanto si parla di "attestazioni riguardanti una vera e propria economia alpina tra la fine del II secolo e l'inizio del I secolo a.C." (Reitmaier 2016, 28; si vedano anche Carrer 2012 e Carrer et al. 2016). Un passaggio che documenta in modo esaustivo la produzione del latte in epoca romana e le sue relative denominazioni è quello offerto da Plinio il Vecchio nel suo Historia naturalis. Dopo aver elencato i diversi tipi di latte presenti in natura (incluso quello umano), egli continua:

    "[...] omne autem igne spissatur, frigore serescit. bubulum caseo fertilius quam caprinum, ex eadem mensura paene altero tanto. [...]
    Coagulum hinnulei, leporis, haedi laudatum, praecipuum tamen dasypodis, quod et profluvio alvi medetur, unius utrimque dentatorum. mirum barbaras gentes quae lacte vivant ignorare aut spernere tot saeculis casei dotem, densantes id alioqui in acorem iucundum et pingue butyrum. spuma id est lactis concretior lentiorque quam quod serum vocatur; non omittendum in eo olei vim esse et barbaros omnes infantesque nostros ita ungui." (Plinius 1906, 11, 96, 238 f.)

    Qui la traduzione inglese e quella in italiano:

    "All milk is made thicker by fire and turned into whey by cold. Cow’s milk makes more cheese than goat’s milk, almost as much again from the same quantity. [...] The curds of the roebuck, hare and goat are praised, but that of the rabbit is the best, and is even a cure for diarrhoea—the rabbit is the only animal with teeth in both jaws that has this property. It is remarkable that the foreign races that live on milk for so many centuries have not known or have despised the blessing of cheese, at most condensing their milk into agreeable sour curds and fat butter. Butter is a foam of milk of thicker and stickier substance than what is called whey; it must be added that it possesses the quality of oil and is used for anointing by all foreigners and by ourselves in the case of children." (Plinius 1906) – ''Ogni tipo di latte si condensa al fuoco, e con il freddo e l'umidità diventa siero. Dal latte di mucca si deriva più formaggio rispetto a quello caprino, da una quantità uguale se ne ricava il doppio [...] Si apprezza il caglio di cerbiatto, di lepre e di capretto, ma il migliore è quello di coniglio; esso è persino un valido rimedio per la diarrea – il coniglio è l'unico animale con i denti in entrambe le mascelle ad avere questa proprietà; è sorprendente che i barbari, che pur vivono di latte, ignorino o disprezzino da secoli il formaggio, sebbene riescano a condensare il latte in una cagliata gradevolmente acida e in burro grasso. Il burro è la schiuma del latte, ed è più denso e appiccicoso rispetto a quello che viene definito siero. Bisogna anche specificare che esso possiede le qualità dell'olio, e che viene impiegato per ungere i bambini, sia da noi che da i barbari''.

    Con questo passo comprendiamo anzitutto quanto il latte di MUCCA (bubulum) fosse ritenuto di alto valore per la produzione del formaggio. Il termine caseus è, inoltre, spesso correlato a coagulum in relazione alla sua origine animale (si veda coagŭlum), termine che può solo significare CAGLIO. Caseus non è, dunque, un'espressione generica con la quale ci si riferisce ai prodotti caseari; essa ha, al contrario, il preciso significato di CAGLIO. Caseus viene anche posto in contrapposizione a acorem iucundum e a butyrum – prodotti caratteristici dei barbaros, non dei Romani. Entrambe le definizioni, per altro, non sono del tutto chiare; non c'è nulla che spergiuri, ad esempio, l'interpretazione di butyrum come 'burro'. A che tipo di prodotto caseario acido si riferisca invece il termine acorem iucundum è ancora poco chiaro; è possibile si riferisca al concetto di LATTICELLO, ma rimane ancora un punto interrogativo. Plinio il Vecchio menziona, infine, il termine serum in riferimento al SIERO; lo confermano le attestazioni di ''cognati linguistici'' corrispondenti ben attestati da VerbaAlpina nell'area piemontese delle Alpi occidentali. Anche lo scrittore latino Columella offre una dettagliata descrizione del processo di produzione del formaggio (VII libro, cap. VIII); oltre al caglio di origine animale, egli cita coagulanti vegetali (ad esempio il cartamo ottenuto dal succo della corteccia di fico), cestini atti a dare forma al formaggio (fiscella, calathus, crates) e vasi (mulctra'vaso per la mungitura'). Columella descrive soprattutto le fasi più importanti della produzione del formaggio, come la salatura, la pressatura e il taglio della forma. Egli parla anche dell'importanza della conservazione e della maturazione: "potest etiam trans maria permitti" (''in questo modo può essere spedito per mare''; 6).

    Denominazioni generiche del concetto

    Il tipo morfo-lessicale ''Käse'', presente in tutta l'area di lingua tedesca analizzata da VerbaAlpina, rimanda senza dubbio alla forma latina caseus, il quale trova solo poche continuità nelle aree romanze interessate dal progetto, ovvero solo nel ladino delle Dolomiti; sono molto diffusi, invece, e specialmente in lingua romancia, i cognati linguistici del diminutivo latino caseolus. Al posto di caseus, nello spazio di lingua romanza indagato da VerbaAlpina, dominano sia il termine pre-latino tuma (apparentemente gallico) nelle Alpi occidentali di lingua francese e franco-provenzale, che il termine latino formaticus, la cui inequivocabile provenienza dal participio del verbo latino formare indica che esso doveva riferirsi inizialmente in modo specifico ai formaggi modellati e stagionati, riferimento che poi venne generalizzato.
    Data l'assenza di questo tipo nello spazio linguistico tedesco, bisogna presumere che esso si sia diffuso nella lingua romanza solo dopo la compiuta deriva linguistica verso il tedesco nell'area alpina del Nord e dell'Est. Il termine sloveno ''sir'' (formaggio) è un evidente rimando alla denominazione data da Plinio il Vecchio del 'siero', dal latino serum, con uno slittamento di significato metonimico.

    (auct. Thomas Krefeld – trad. Alessia Brancatelli)

    Gaden - Tipo morfo-lessicale (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

    Nel tedesco standard odierno, e in determinate regioni, il tipo morfo-lessicale Gaden si riferisce ad una camera o ad una struttura costituita da una sola stanza. Oltre ad avere questo significato, il tipo esiste in diverse altre lingue come termine tecnico proprio dell'ambito architettonico, e riguarda nello specifico le pareti della navata di una basilica, finestre comprese (cfr. Duden: s.v. Gaden). Nell'area di studio di VerbaAlpina, la parola si trova di frequente nei composti, soprattutto nei dialetti alemanni svizzeri in cui con il termine ci si riferisce ad una singola stanza ('stanza per il latte', ad esempio, o 'stalla per il bestiame', 'fienile', 'granaio alpino'); nel Südtirol, invece, essa designa soprattutto il 'fienile'. Nella parte settentrionale del Tirolo, infine, si utilizzano forme con la parola Stadel 'fienile'.
    Il termine è attestato in antico alto-tedesco come gadum o gadem, in forma neutra. Attraverso una parola dal significato di 'abbandonare' o 'lasciare vuoto' si aggiunse una relazione con parole di altre lingue indoeuropee del germanico *ǵhə-t-mo- per 'stanza libera, stanza vuota' (si veda il Kluge 2011, online s.v. Gaden). Gaden o Gadem veniva percepito come termine obsoleto già nel XIX secolo, secondo le attestazioni riportate nel dizionario dei Grimm. Il termine era allora ancora presente sia come neutro che come maschile (si veda DWB s.v. Gadem).

    (auct. Markus Kunzmann – trad. Alessia Brancatelli)

    hûs - Tipo di base (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

    hutta - Tipo di base (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

    iŭncus - Tipo di base (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

    Il tipo di base proviene dal termine latino iŭncus 'giunco'. Esso si diffuse in molte lingue romanze dando origine all'italiano giunco, al piemontese gionch, al catalano jonc, allo spagnolo e al portoghese junco, e al francese jonc. A partire dal francese medio si svilupparono alcune denominazioni degli strumenti in giunco impiegati nella produzione del formaggio tenero, come ad esempio il termine jonchiere 'piccolo paniere in giunco per la preparazione del formaggio tenero' e jonchée 'paniere in giunco per la preparazione del formaggio tenero'. Il termine jonchée, però, significa anche 'formaggio preparato in un piccolo paniere' (si veda FEW , 5, 65-67, s.v. jŭncus), e lo stesso significato è attribuibile al termine italiano giuncata (cfr. Treccani, s.v. giuncata). Il mutamento semantico si spiega, qui, attraverso la combinazione metonimica di parola e oggetto cui essa si riferisce. Per il modellamento della ricotta o del formaggio, infatti, si utilizzano diversi utensili, così come anche piccoli cestini di giunco. La massa del formaggio viene posta dentro i cestini e successivamente messa a gocciolare su una apposita tavola, per poi essere spremuta a mano per eliminare i liquidi in eccesso (si veda a tal proposito Scheuermeier 1943: 41). È interessante che tali cestini vengano anche menzionati nell'episodio di Polifemo tratto dall'Odissea (si vedano nello specifico ταρσοί [Libro 9, 219] e πλεκτοὶ τάλαροι [Libro 9, 247]).

    (auct. Myriam Abenthum | Thomas Krefeld | Stephan Lücke – trad. Alessia Brancatelli)

    Kübel - Tipo morfo-lessicale (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

    Nei dialetti del tedesco superiore, Kübel è la comune designazione per i grandi recipienti destinati principalmente al trasporto di liquidi. Il termine ha anche il significato semplice di 'secchio', ma viene utilizzato in innumerevoli composti indicanti il concetto di 'zangola'.
    Testimonianze di Kübel in alto-tedesco antico sono attestate a partire dal X secolo nella forma kubilo (cfr. AWB: s.v. kubilo).
    Specie nelle aree di produzione vinicola a sud delle Alpi, con il latino cūpa si designava un grande recipiente in legno. Dal Norditalia il termine giunse successivamente nell'area alto-tedesca e fu probabilmente preso in prestito tramite il provenzale antico *cubel, 'piccolo tino' (cfr. EWBD: s.v. Kübel), il quale non è attestato in questa forma, ma si presenta in derivazioni come cubelot o come cubellus in latino medio (si veda FEW: s.v. cūpa); ad esso si riallaccia anche il latino cūpella 'recipiente per bere, efa', indicato come etimo dal Kluge (cfr. Kluge: s.v. Kübel). Parole derivate da Kübel sono diffuse nell'intera area alpina orientale (cfr. Karte Kübel).

    (auct. Markus Kunzmann – trad. Alessia Brancatelli)

    lăcte(m) - Tipo di base (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

    Questo tipo di base deriva dal latino lac 'latte', il quale è a sua volta un prestito dal greco *glact. γάλα (n.) o da γλάγος (n.; usato soprattutto in senso poetico, preferito probabilmente per questioni di metrica, e attestato ad esempio in Omero Il. II 471 e in Pindaro frg. 106) (cfr. Georges 2: 525). Con il tempo, il genere della parola passò da neutro a maschile, risultando nel termine latino lăcte(m) (accusativo di lac [n.] = lac!). La maggior parte delle lingue romanze ereditò lacte(m), di genere maschile: si spiegano, dunque, il francese lait, l'italiano làtte, il friulano lait, il piemontese lait ed, infine, il tipo dolomitico làt (si confrontino FEW 5: 114; EWD IV: 177; e DELI 3: 655). Nell'area di studio di VerbaAlpina è, infatti, raro incontrare questa parola ereditata al genere femminile, come succede invece nella lingua veneta late (si veda DéROM */'lakt-e/; al di là dell'area alpina, il tipo al femminile è diffuso soprattutto nella Francia meridionale e al nord della Spagna DéROM loc.cit.).
    In alcune zone delle Alpi, come in Svizzera e nella regione storica della Savoia, in rifermento al concetto di ''latte'' si utilizzano parole provenienti dal latino *lacticellum , ovvero il diminutivo del termine lăcte(m) (si veda a tal proposito FEW 5: 114). È da qui che fu ad esempio preso in prestito il termine italiano latticèllo (si veda DELI 3: 655).
    Anche alcune denominazioni del concetto di SIERO derivano dal tipo di base. Da un lato vi sono derivazioni tramite il suffisso -ata, le quali, però, si riferiscono a nomi collettivi; dall'altro si trovano spesso dei diminutivi del tipo di base, i quali comunque sottintendono l'idea che il siero ottenuto dalla lavorazione del formaggio non sia, in effetti, normale latte da bere. In francese, ad esempio, l'espressione petit-lait si riferisce al concetto di SIERO. Tradotto alla lettera significherebbe 'piccolo latte', ma proprio attraverso l'anteposizione dell'aggettivo petit 'piccolo', quest'espressione assume il valore di diminutivo (si veda FEW 5: 114).

    (auct. Myriam Abenthum | Stephan Lücke – trad. Alessia Brancatelli)

    mascarpa - Tipo di base (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

    Sull'origine di mascarpa si è discusso a lungo. Nel dizionario etimologico italiano DEI (2380), esso è associato al termine latino mascarpiō, -ōnis, 'masturbatore', sulla base della ricostruzione del verbo *manū scarpere , cioè 'prendere con la mano', dal quale deriverebbe mascherpa. Questa possibilità viene, tuttavia, rifiutata e smentita dal DELI (3: 726), in cui si fa riferimento alla sequenza temporale delle attestazioni del tipo di base.
    Un'altra possibile spiegazione è, allora, proposta da Hubschmied 1936: il termine mascarpa 'ricotta, panna', diffuso in Lombardia, nell'est del Piemonte e nelle province di Piacenza e Parma, avrebbe origini galliche. Hubschmied ricostruì, infatti, *skarpā- 'separazione, divisione' a partire dalla radice celtica skar- 'separare, dividere'.
    Ora, in diverse lingue i termini PADRE e MADRE vengono usati in senso metaforico per esprimere i concetti di PROCREATORE, CAUSA (ad es. in tedesco der Wunsch ist oft der Vater des Gedankens, 'il desiderio è spesso il padre del pensiero'; in latino omnium malorum stultitia est mater, 'la stoltezza è la madre di ogni male'). Analogamente, il gaelico mac 'figlio' si riferisce metaforicamente ai concetti di RISULTATO, PRODOTTO e anche NASCITA, ORIGINE, come ad esempio in mac mallachtain 'diavolo' (lat. filius maledictionis 'figlio della maledizione'), macc-alla 'eco' – alla lettera 'figlio della roccia' – o mac-órna 'Whisky', che tradotto letteralmente sarebbe 'figlio dell'orzo'.
    Sulla base di queste considerazioni, Hubschmied ipotizzò che anche la lingua celtica godesse di questi meccanismi di formazione delle parole e ricostruì *mapo- e/o *makko-, e di conseguenza *mapo-skarpā e/o *makko-skarpā 'figlio della separazione, prodotto della divisione'. L'ipotesi di Hubschmied è confermata dal punto di vista onomasiologico, in quanto questo prodotto si presenta proprio come risultato della separazione della panna in parti liquide e solide (si veda Hubschmied 1936: 100-102).
    Il mascarpón (si confronti Treccani) è una tipica specialità gastronomica lombarda, con un alto contenuto di panna e realizzata con l'aggiunta di crema dolce. Dalla Lombardia il mascarpone si è diffuso in altre regioni italiane, trasmettendo la parola ai rispettivi dialetti (si veda DELI 3: 726).

    (auct. Myriam Abenthum – trad. Alessia Brancatelli)

    melkan - Tipo di base (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

    mŭlgēre - Tipo di base (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

    Questo tipo di base rimanda al termine latino mŭlgēre 'mungere' (si confronti anche con il termine greco 'ἀμέλγω', sebbene l'alfa iniziale potrebbe essere interpretata come prefisso, di cui in ogni caso non sarebbe chiara la motivazione). Gli equivalenti romanzi, come ad esempio l'italiano mungere (si veda Treccani, s.v. mungere o il ladino mùje (si veda EWD IV, 488) presuppongono, però, un cambio di coniugazione verso mŭlgĕre ed un mutamento da -l- a -n-.
    Una connessione con Malga sarebbe molto plausibile dal punto di vista semantico; a causa dell'altra vocale tonica, però, risulterebbe foneticamente problematica.
    Il termine tedesco melken sarebbe, secondo il Kluge (614), da ricondurre all'indoeuropeo *melǵ- 'mungere' – così come anche il latino 'mulgere' e il greco 'ἀμέλγειν'.

    (auct. Myriam Abenthum | Thomas Krefeld | Stephan Lücke – trad. Alessia Brancatelli)

    *nīta - Tipo di base (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

    Il tipo base è diffuso sia nella lingua tedesca parlata in Svizzera (si veda il termine Nidel 'panna, strato di panna sul latte cotto'; nell'Idiotikon s.v. Nidel), che in ladino (nìda 'latticèllo' (si confronti EWD V: 49-50).
    L'ipotesi di un prestito dalla lingua romanza a quella tedesca appare poco plausibile; è più facile ipotizzare, piuttosto, la possibile presenza della forma pre-latina *nīta (si veda a tal proposito Jud 1924: 201-203).


    (auct. Myriam Abenthum | Thomas Krefeld – trad. Alessia Brancatelli)

    PANNA (STRATO DI GRASSO SUL LATTE CRUDO) - Concetto (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

    Se si lascia il latte a riposo per un po' di tempo, la materia grassa in esso contenuta, anche detta grasso butirrico, affiorerà in superficie (il grasso butirrico possiede, infatti, un peso minore rispetto a quello dell'acqua anch'essa contenuta nel latte): si creerà, così, uno strato – in costante crescita fino ad un certo punto – denominato in tedesco 'Rahm' o 'Sahne', ovvero la panna.
    Affinché si possa parlare di panna, però, è necessario che il latte in questione sia latte crudo. Il processo di omogeneizzazione del latte, infatti, cambia la struttura del grasso butirrico, rallentando ed ostacolando il cosiddetto processo di cremaggio. Nei caseifici moderni la produzione della panna si effettua tramite l'impiego di speciali centrifughe. Tradizionalmente, invece, il latte veniva posto in bottiglie o recipienti, e lo si lasciava riposare per qualche giorno in ambienti freschi; una volta affiorata, la panna veniva separata dal latte tramite particolari strumenti atti alla scrematura.
    È possibile che la produzione della panna avesse un'iniziale valenza nella realizzazione del burro. A sostegno di questa tesi troviamo una corrispondente spiegazione offerta dall' AIS (Carta num. 1203), secondo il quale sul territorio da esso preso in esame si troverebbero recipienti di legno atti alla produzione del burro.
    Sembra che già Erodoto scrivesse di come gli Sciti producevano la panna: stando a quanto riferito dall'autore, infatti, questa popolazione si compiaceva del latte di giumenta e, reputandola di grande valore, ne prelevava la materia affiorata nella parte superiore (4,2 ed. Godley ed. Loeb: ἐπεὰν δὲ ἀμέλξωσι τὸ γάλα, ἐσχέαντες ἐς ξύλινα ἀγγήια κοῖλα καὶ περιστίξαντες κατὰ τὰ ἀγγήια τοὺς τυφλοὺς δονέουσι τὸ γάλα, καὶ τὸ μὲν αὐτοῦ ἐπιστάμενον ἀπαρύσαντες ἡγεῦνται εἶναι τιμιώτερον, τὸ δ᾿ ὑπιστάμενον ἧσσον τοῦ ἑτέρου. "Quando hanno munto il latte, lo versano in panciuti vasi di legno, e lo fanno agitare dagli schiavi disposti tutt'intorno ai vasi; scremano la parte di latte che rimane in superficie e la considerano la più pregiata, mentre considerano meno buona la parte che resta in basso"). Ammesso che questo passo parli davvero della produzione della panna, è chiaro – data la scorretta descrizione della procedura e la mancanza di una specifica denominazione di quanto descritto – che Erodoto non conoscesse né il processo né il suo prodotto finale.
    Pare che nel corso della storia, la panna sia rimasta sconosciuta nell'antica Grecia, o almeno, non v'è alcuna denominazione riguardante questo concetto in greco antico (http://www.perseus.tufts.edu/hopper/definitionlookup?q=cream). Al contrario, essa è presente in latino (http://www.zeno.org/Zeno/0/Suche?q=Sahne&k=Georges-1913), sebbene il vocabolo crama sia apparso soltanto nel VI secolo d.C. con Venazio Fortunato, ed è dunque possibile pensare che per molto tempo neanche la cultura latina abbia conosciuto e prodotto la PANNA, né altri prodotti derivati come il burro.

    (auct. Stephan Lücke – trad. Alessia Brancatelli)

    pannus - Tipo di base (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

    Questo tipo di base risale alla designazione latina del concetto di PANNO, PEZZA (si veda Georges s.v. pānnus), conservatasi con questo significato anche in italiano (cfr. a tal proposito il Treccani s.v. panno).
    È comprensibile lo sviluppo del termine nell'accezione di 'pelle, strato che si forma sulla superficie di un liquido quando esso si raffredda o quando viene lasciato asciugare all'aria'. Così si spiegano anche il termine l'italiano panna ed il friulano pane  'panna', poiché la panna affiora sul latte a formare una sorta di ''coperta'', se la si lascia riposare (cfr. DELI 4: 871, Treccani s.v. panna e la derivazione del verbo pannare 'fare la panna'). Un'altra metafora analogamente motivabile è quella di tēla.

    (auct. Myriam Abenthum | Thomas Krefeld – trad. Alessia Brancatelli)

    pasteur / pastore - Tipo morfo-lessicale (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

    Questo tipo morfo-lessicale comprende due tipi fonetici largamente diffusi in tutto il territorio romanzo: [p'astor] e [past'ore]. Entrambi derivano dal medesimo tipo di base pāstor (cfr. Georges, pāstor), il cui significato originario di PASTORE, MANDRIANO rimane invariato, sebbene sia possibile avere un'estensione di significato, come nel caso di MALGARO. La differenziazione tra i due tipi fonetici dipende dal caso in cui i sostantivi vengono declinati: la forma [p'astor] ha infatti origine dal nominativo, mentre la forma [past'ore] deriva dal caso accusativo. Nella designazione relativa agli individui, non è rara l'adozione di forme al nominativo (Skytte 1998: 48). In alcune aree sono presenti entrambi i tipi fonetici, i quali sono in relazione tra loro dal punto di vista semantico: le forme al nominativo si riferiscono a sostantivi che sono superiori rispetto alle forme all'accusativo (cfr. FEW 7, 760).

    (auct. Aleksander Wiatr – trad. Alessia Brancatelli)

    pellīcia - Tipo di base (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

    Questo tipo di base corrisponde ad una derivazione aggettivale del sostantivo latino pĕllis 'pelle, pelo, pelliccia' (si veda il Georges s.v. pellīceus). Il significato metaforico di 'panna', così come quello di 'strato di panna formatosi sul latte cotto' si motiva così come possono essere motivati *nīta 'pezza' e pannus 'tessuto', sviluppatisi similarmente a livello semantico.
    Nell'area di studio di VerbaAlpina, gli eredi della parola di base latina hanno sporadicamente mantenuto il significato di 'panna' (cfr. pĕllis).
    È da notare che le forme tedesco-alemanne presentano il genere al maschile senza alcuna eccezione, mentre, invece, il termine romanzo pleʧɑ 'panna' (a Val Monastero, nel Canton Grigioni) presenta il genere femminile, e corrisponde, così, al francese pelisse e all'italiano pelliccia (si veda FEW, 8, 162-164, s.v. pĕllīceus).
    Per quanto riguarda le forme tedesco-alemanne, sembra si tratti di sviluppi secondari di un prestito già adattato al genere del tipo tedesco Pelz (il quale, si intende, si rifà anch'esso al latino pĕllīceus; si veda Kluge, 692); non si tratterebbe dunque di resti delle locali lingue romanze di sostrato, che, visto il loro genere, dovrebbero corrispondere piuttosto alla forma al femminile pleʧɑ di cui sopra.

    (auct. Myriam Abenthum | Thomas Krefeld – trad. Alessia Brancatelli)

    pĕllis - Tipo di base (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

    Questa parola rimanda alla designazione latina del concetto di PELO, PELLICCIA, o meglio di PELLE ANIMALE (cfr. Georges s.v. pĕllis). Nel latino tardo il significato di questa parola fu anche esteso al concetto di 'pelle umana' e ciò fu trasmesso alle lingue romanze: il romeno piele, lo spagnolo piel, l'italiano pelle, il portoghese pelle, il francese peau. Il tipo romanzo designava, inoltre, le morbide e fini bucce di frutta, verdura e piante in generale (si veda FEW 8, 164-172, s.v. pĕllis). Il passaggio metaforico del termine verso la designazione di 'strato della crema' (attestato ancora sporadicamente sulla cartina di VerbaAlpina), è pienamente comprensibile (cfr. i tipi di base motivati similmente a livello semantico: pellīcia, *nīta e pannus).

    (auct. Myriam Abenthum | Thomas Krefeld – trad. Alessia Brancatelli)

    pigna - Tipo morfo-lessicale (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

    ita. pignatta

    pinguĕ(m) - Tipo di base (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

    Questo tipo di base rimanda al termine latino al caso accusativo pĭnguem, 'grasso' (si veda Georges s.v. pinguis ), il quale si è conservato nella forma painch 'burro' in romancio e, in modo specifico, nella lingua parlata in Engadina (si veda HWdR, 589, s.v. pieun 'burro').
    Il restringimento semantico dal significato di 'grasso' a quello di 'burro' si spiega a livello onomasiologico poiché nelle zone in cui per tradizione non si produceva l'olio – o per meglio dire, in cui questo non poteva essere prodotto – il BURRO valeva come GRASSO ALIMENTARE per antonomasia. L'olio non era, infatti, un elemento tipico della cucina di questi luoghi, mentre è ancora oggi assolutamente dominante nella tradizione culinaria del Centro Italia e del Meridione (cfr. Scheuermeier 1943: 28).

    (auct. Myriam Abenthum | Thomas Krefeld – trad. Alessia Brancatelli)

    *pinguia - Tipo di base (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

    Vi sono numerosi geosinonimi e denominazioni per il concetto di ZANGOLA.





    Alcune denominazioni presentano una tale somiglianza fonetica nella radice per cui è quasi impossibile mettere in discussione una loro appartenenza comune:
    • (1) il romanzo pigna, con diverse varianti della vocale tonica [ɪ, e, ɛ, a] e simili;
    • (2) lo slavo pinja, evidente prestito romanzo, in quanto la sua area di espansione si ricollega a quella di (1);
    • (3) il romanzo pinacc, come (1) ma in forma suffissata;
    • (4) il romanzo panaglia (con varianti della vocale iniziale, qui non tonica, che corrispondono a quelle menzionate al punto (1)); per questo tipo dominano le varianti con la vocale [a] non tonica nella radice
    • (5) anche il tipo pignatta 'pentola' (valido anche in italiano standard) è riconducibile al punto (1) insieme alla sua variante dialettale spesso al maschile (si veda AIS 973). Esso è spesso attestato nell'area di ricerca di VerbaAlpina con il significato di 'pentola in terracotta' (si confronti AIS 955); eppure, al di fuori del territorio analizzato dal progetto – nello specifico in Emilia Romagna – con questo termine ci si riferisce espressamente ad una pentola nella quale si creano piccoli pezzetti di burro, sbattendoli con un cucchiaio di legno o con altro (si veda qui AIS 1206, i punti 427, 453, 455).
    Da un punto di vista morfologico e semantico, dunque, risulta ragionevole pensare a pigna come tipo di base valido per la designazione del concetto di 'recipiente'. A favore del fatto che pigna possa anche designare il concetto generale di ZANGOLA, ovvero RECIPIENTE ATTO ALLA PRODUZIONE DEL BURRO, interviene il tipo nominale trentino:
    • latte di pigna (lett. 'latte della zangola', proveniente dalla zangola), dunque LATTICELLO.
    È, inoltre, interessante e pertinente con il tema notare come il termine ZANGOLA non presenti nella sua denominazione più arcaica alcuna indicazione sulle antiche tecniche di produzione del burro, come mostrano, invece, le sue più specifiche denominazioni romance panaglia lunga 'zangola lunga' e panaglia dret sü 'zangola eretta' (in bassa Engadina) (si veda AIS 1206).

    In ogni caso, il suggerito rimando di pignatta al termine pigna (dal lat. *pīnea[m]) ''per la somiglianza di forma delle più antiche pignatte con una pigna" (link) convince poco dal punto di vista semantico, sebbene la forma conica di alcune pentole in terracotta e bronzo possano effettivamente ricordare la forma delle pigne (si confronti DELI).
    Un indizio reale e decisivo per la ricostruzione della storia della parola si trova nel sopramenzionato atlante linguistico AIS – Carta 955, LA PENTOLA (PIGNATTA) DI TERRACOTTA: in questa carta è presente anche una lista delle denominazioni del concetto di PENTOLA IN BRONZO (AIS 955_2), spesso riportate in un secondo momento in area alpina, poiché esse si riferiscono ad un materiale totalmente diverso per la produzione delle pentole da cucina, ovvero alla Steatite, anche detta pietra ollare, laveggio, in tedesco Lavetz(stein) (cfr. le carte  AIS 963 Komm. LA MARMITTA, AIS 970 IL VASO PER LO STRUTTO).
    Questo materiale versatile e relativamente facile da usare grazie alla sua bassa durezza, estratto principalmente sulle montagne del Ticino e della Lombardia, era valido anche per la produzione di altri oggetti, ad esempio per la realizzazione di forni chiamati sia pegna (in Engadinia) che pigna in romancio (HWdR, 571; LRC, 798; su pegna, pigna 'forni in steatite' si veda AIS 937, si veda il commento). I forni vengono peraltro modellati in ''forma pressappoco cubica'' (AIS 937, si veda il commento) e non hanno, dunque, la benché minima somiglianza con le pigne.

    Si tratta, quindi, di un chiaro caso di polisemia metonimica, e non di omonimia: pigna 'forno' e pigna 'recipiente per la produzione del burro' prendono la loro denominazione dal materiale che li costituisce, la steatite.
    Non è, tuttavia, necessario pensare ad un etimo preromanzo come suggerito da Alexi Decurtins nel LRC, 798 in relazione al termine romancio pegna o pigna 'forno'; andrebbe, invece, presa in considerazione l'etimologia proposta da G. B. Pellegrini *pinguia (al latino pĭnguis 'grasso') – dalla forma ellittica pinguia(m) (ollam) ma non nel senso di 'recipiente (= lat. olla) per il grasso'  ("recipiente particolare per conservare il grasso, fosse esso strutto, sugna, o burro cotto, oppure un arnese elementare per fare il burro" ([1976, pag. 171 cit. DELI 928]), bensì con il significato di minerale o roccia simile in termini di aspetto e consistenza adiposa (si confronti il termine tedesco Speckstein 'steatite', motivabile in modo analogo). Come tipo di base per (1)-(5) si propone, dunque, il latino *pinguia (petra) 'Steatite'.

    Le molte forme aventi le vocali [ɐ, a] nella radice dimostrano una forte influenza (dal punto di vista onomasiologico ovvia) data da panna, da distinguere etimologicamente.
    Non appartengono a questo tipo invece:

    (6) il lombardo pench e il romancio paintg 'burro', 
    i quali possono essere meglio ricondotti a pĭnguis 'grasso' (HdR).

    Per quanto riguarda il termine romancio:

    (7) penn 'latticello', si potrebbe trattare di una retroformazione dalla parola pigna 'zangola', nella quale il latticello viene, difatti, prodotto.

    Il seguente schema mostra sia la famiglia lessicale (freccia verde) che i significati attestati (freccia rossa).




    Per quanto riguarda la motivazione metonimica della polisemia, è possibile asserire che ci sia un'assegnazione di significato dalla naturale materia prima agli artefatti da essa derivati (anche di crescente complessità, da semplici recipienti -> congegni meccanici), e che questo interessi poi anche le funzioni connesse al processo di produzione.

    (auct. Thomas Krefeld – trad. Alessia Brancatelli)

    *pinia - Tipo di base (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

    Questo tipo di base è temporaneo poiché si tratta di un tipo fittizio. Esso provvede a tenere uniti i tipi morfo-lessicali pigna (lingua romanza, femminile) e pinja (slavo, femminile). Dal punto di vista fonetico, i due tipi lessicali non possono essere attribuiti all'etimo PINGUEM.

    pischada - Tipo morfo-lessicale (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

    Il termine romancio (sursilvano) pischada 'burro', così come anche le varianti ad esso ricollegabili diffuse nel Mittelbünden, è motivabile facendo riferimento alla produzione attiva del burro, in quanto questo tipo rimanda con tutta probabilità al verbo latino *pisiare 'pigiare' (si confronti pischada).

    (auct. Thomas Krefeld)

    *pisiāre - Tipo di base (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

    Il tipo base proviene da *pisiare, variante latina volgare del termine latino classico pīnsāre 'pestare, battere'; si veda Georges s.v. pīstrīnum per la forma latina classica; in questo caso si tratta di una variante di pinsĕre, ma con lo stesso significato.
    La variante in latino volgare è riportata nei dizionari REW (6518, s.v. *pinsiare) e FEW (8, 539-41 s.v. *pīnsiare), sebbene non sia del tutto chiaro perché sia presente il nesso ns in entrambe le ricostruzioni: è noto, infatti, che la nasale presente prima della s scomparve molto presto, tanto che questo fenomeno non si presenta in alcuna forma romanza.
    Secondo il EWD (5, 296), il termine veniva usato in ambito gastronomico e agricolo. Nel cantone dei Grigioni il concetto di BURRO è reso tramite la parola pischada, ottenuta dal participio della variante alla forma al femminile, molto utilizzato nella formazione delle parole (cfr. il francese -ée, l'italiano -ata). A livello onomasiologico è facile spiegare il perché del restringimento semantico del termine: si era, infatti, soliti produrre il BURRO sbattendo (lett. ''pestando'') la panna in una zangola (si veda a tal proposito Frehner 1919: 103).

    (auct. Thomas Krefeld – trad. Alessia Brancatelli)

    *puína - Tipo di base (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

    È possibile ricollegare a livello fonetico questo tipo di base tipicamente alpino al termine latino popīna 'cucina cruda', per poi partire dalla derivazione metonimica di 'piatto da cucina cruda' (cfr. Georges s.v. popīna).
    Tuttavia, il REW ritiene che questo punto di partenza sia da ''escludere concettualmente'' (s.v. pūpa) e ipotizza, invece, una possibile origine pre-romanza. È questa, quindi, la proposta generalmente accolta dagli studiosi (si vedano HWdR, 624 e EWD 5, 417).

    (auct. Myriam Abenthum | Thomas Krefeld – trad. Alessia Brancatelli)

    RICOTTA (FORMAGGIO RICAVATO DAL LIQUIDO RIMASTO DOPO LA PRIMA ROTTURA DELLA MASSA SOLIDA) - Concetto (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

    La RICOTTA è un prodotto caseario simile al formaggio, originato attraverso un secondo processo di coagulazione (o separazione) del SIERO, sostanza liquida estratta e separata dal latte durante la prima coagulazione. Il termine si traduce in alemanno con Ziger ed in francese con sérac. Nel tedesco standard parlato in Germania e in Austria può crear confusione il fatto che si parli di Molkenkäse (lett. ''formaggio di siero''); ma a differenza del vero KÄSE (formaggio), la ricotta non contiene in sé la CASEINA, bensì un'altra proteina chiamata ALBUMINA.
    La ricotta può essere consumata fresca ma è anche possibile conservarla attraverso un processo di essiccazione e di affumicatura.

    (auct. Myriam Abenthum | Thomas Krefeld – trad. Alessia Brancatelli)

    Schmalz - Tipo di base (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

    Questo tipo di base ha origini germaniche ed è riconducibile al verbo schmelzen (cfr. il Kluge, 814). Schmalz designa, in genere, il concetto di STRUTTO, ma in molti dialetti assume il significato più specifico di BURRO FUSO, che si conserva meglio in questo modo (si veda DWB s.v. Schmalz). Nelle regioni ad alta concentrazione di industrie lattiero-casearie, Schmalz si riferisce al concetto di 'burro fresco e bollito'; si trova, tuttavia, in opposizione al termine Anke 'burro fresco' (cfr. Idiotikon s.v. Schmalz).
    Schmalz viene anche preso in prestito nelle aree retoromanze con il significato di 'burro'; si confronti il prestito ladino smàlz (EWD VI: 273-274).

    (auct. Myriam Abenthum | Thomas Krefeld – trad. Alessia Brancatelli)

    Schupf - Tipo morfo-lessicale (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

    Sia Schupf (al maschile) che Schupfe (al femminile) in lingua alto-tedesca sono corrispettivi del termine tedesco Schuppen, il cui significato è quello di 'semplice struttura in legno per il stoccaggio di attrezzature, materiali, veicoli ecc' (cfr. Duden:Schuppen).
    Il termine gotico skuft, indicante la 'capigliatura', è la prima attestazione conosciuta del tipo (si veda il Kluge 2011, online Schopf), cfr. il tedesco Schopf 'ciuffo'. Con il tempo esso subì un ampliamento semantico tale per il quale esso arrivò ad indicare dei 'fasci raccolti in un mucchio, fieno' (cfr. Kluge 2011, Schober), prima che avvenisse lo slittamento semantico verso la piccola struttura in cui la raccolta viene messa ad asciugare e successivamente stipata.
    La parola esiste con un significato simile anche in altre lingue germaniche, come ad esempio nei termini in inglese antico scoppa (cfr. Köbler 2014b, scoppa) e scypen, così come anche nelle forme dialettali inglese shippen 'stalla', e shop (cfr. DWB,Schuppen).
    Pare che nell'area alpina solo la lingua slovena abbia preso in prestito questo tipo di parola per la designazione di 'granaio, fienile' (si veda la mappa).

    (auct. Markus Kunzmann – trad. Alessia Brancatelli)

    seracium - Tipo di base (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

    Questo tipo di base definisce il concetto di 'ricotta' e risale ad una derivazione tardo latina del termine sěrum 'siero' accompagnato dal suffisso -aceus, derivazione che può essere collocata nell'Italia settentrionale, nella regione storica della Savoia e in Svizzera.
    Il tipo di base si conserva soprattutto in lingua franco-provenzale e in occitano. Da *sēraceum si sviluppò il termine franco-provenzale seraz, il quale penetrò, a sua volta, nel francese risultando in sérac. Il francese mantiene la -c di *sēraceum nello scritto per questioni puramente grafiche. Il termine Rescherack 'ricotta salata' fu preso in prestito nella Svizzera tedesca dal francese parlato nella Svizzera occidentale (si veda FEW 11: 495; si confronti Id. VI: 1642; e ancora, TLFi: v.s. “sérac”).


    (auct. Myriam Abenthum – trad. Alessia Brancatelli)

    sidretg - Tipo morfo-lessicale (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

    Secondo il HWdR , 2, 791, nel composto formato da dretg 'dritto, retto' (< lat. directum) e da si 'sopra' (< lat. *susum) è possibile riconoscere il calco linguistico del tipo tedesco aufrecht 'diritto, eretto'.

    SIERO DEL LATTE (LIQUIDO DOPO LA COAGULAZIONE DELLA MASSA SOLIDA NELLA PRODUZIONE DEL FORMAGGIO) - Concetto (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

    Durante la produzione del formaggio, attraverso l'impiego di un COAGULANTE, la proteina della caseina contenuta nel latte subisce un processo di trasformazione, passando dallo stato liquido a quello solido: si crea, così, una massa proteica definita CAGLIATA, dalla quale è possibile produrre successivamente il formaggio; la parte liquida restante è il SIERO DEL LATTE. Quest'ultimo contiene un'ulteriore proteina, l'albumina, la quale durante un secondo processo di coagulazione può subìre la stessa trasformazione e può essere lavorata per produrre il cosiddetto ''formaggio di siero'', ovvero la ricotta, nei dialetti tedeschi della Svizzera conosciuta come Ziger.

    (auct. Stephan Lücke – trad. Alessia Brancatelli)

    *skūm - Tipo di base (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

    Questo tipo di base con il significato di 'schiuma' ha origini germaniche. La sua ampia diffusione indica il prestito dal germanico prima del periodo delle grandi migrazioni. Inizialmente il significato della parola indicava una sorta di pomata, la quale i romani acquistavano dai popoli germanici e che chiamavano spuma (si veda a tal proposito Marziale 8, 33, 19f. [ed. Loeb]: ''fortior et tortos servat vesica capillos / et mutat Latias spuma Batava comas'', ovvero ''più energica la vescica tiene a posto i capelli ritorti, e la schiuma batava tinge le chiome romane''; sul tema si confronti anche Plinio il Vecchio, NH 28, 191, il quale parla di sapo, 'sapone'). In Plinio la parola è utilizzata anche in riferimento al butyrum, ovvero 'burro' (si veda a tal proposito il commento sul concetto di FORMAGGIO).
    Sembra naturale vedere la parola germanica come una traduzione del prestito latino spuma; attraverso il contatto con l'espressione latina, infatti, il termine germanico *skūm divenne skuma, prendendo il genere femminile. Da qui, il prestito in francese écume e quello in italiano schiuma.
    Il termine escume in francese antico ed in francese medio è riportato per tutto il XII secolo con il significato generale di 'schiuma che si forma sui liquidi se scossi, riscaldati o lasciati fermentare' (si veda FEW 17: 137-140). Il significato specifico di 'panna' sembra essere tipico dell'area alpina.


    (auct. Myriam Abenthum | Thomas Krefeld | Stephan Lücke – trad. Alessia Brancatelli)

    *smelt-a- - Tipo di base (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

    Questo tipo fa comprendere la necessità, in un contesto di ricerca quale quello di VerbaAlpina, di distinguere tra il tipo di base delle forme prese in esame e l'etimo da esso più distante (la linguistica italiana parla di etimologia remota; si veda Schweickard 2010).
    È chiaro che il termine Schmalz 'strutto' sia correlato al verbo schmelzen 'fondere, sciogliere', come spiega il Kluge:
    „Sostantivo neutro, standard (IX secolo), alto-tedesco medio smalz, alto-tedesco antico smalz, basso-tedesco medio smalt, smolt, olandese medio smout. Da 'grasso sciolto' a schmelzen 'fondere, sciogliere'. Verbo: schmalzen 'condire con strutto'; Aggettivo: schmalzig, 'grasso, unto, untuoso – sdolcinato'„ (Kluge); ciò che risulta, però, è che il sostantivo sembra essere attestato esclusivamente in olandese e in tedesco, e che tutte le forme comprese nello studio di VerbaAlpina sono da ricondurre proprio a questo sostantivo. Sarebbe, dunque, fuorviante citare come tipo di base una ricostruzione di una radice verbale indogermanica.

    (auct. Thomas Krefeld – trad. Alessia Brancatelli)

    *sponga - Tipo di base (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

    Questo tipo di base proviene dal latino spŏngia 'spugna', il quale, a sua volta, è un prestito dal greco σπογγιά. La nuova forma *sponga si ottenne grazie all'influsso del termine σπόγγος. Dal suffisso -ia si passò, così, a quello -a, semplificazione che permise il preservarsi del genere femminile. Da *sponga derivarono diversi prestiti, come il francese éponge e l'italiano spongia.
    In Italia la parola si diffuse da Sud a Nord sulla costa orientale, e nella Pianura Padana sostituì il latino spongia; riuscì ad espandersi anche sulla costa occidentale verso il Nord, ma non fu in grado di prendere il posto del termine toscano spugna.
    La diffusione di *sponga interessò tutto il territorio gallo-romanzo, a spese di spŏngia. Si suppone che Marsiglia sia stato il centro di propagazione del termine, in quanto principale luogo di scambio mercantile: la parola vi giunse attraverso il commercio di spugne dalla Grecia (si veda a tal proposito FEW 12: 208-209).
    Il ladino delle Dolomiti prese in prestito il vocabolo *sponga dal Veneto o dal Trentino (si confronti EWD VI: 395).
    In Friuli il termine si riferisce metaforicamente al concetto di BURRO (si veda AIS 1207, 1208; si confronti ASLEF 3397); ciò si spiega facilmente se si pensa a quanto quest'ultimo ricordi sia per colore che per forma la spugna naturale.
    Agitando il burro, il grasso si separa dal latticello sotto forma di agglomerati delle dimensioni di un chicco di mais circa. Una volta ultimato il processo di scolo del latticello, i piccoli agglomerati vengono lavati e infine impastati affinché il liquido rimanente venga espulso (si veda Mohr 1937: 379-380).

    (auct. Myriam Abenthum – trad. Alessia Brancatelli)

    srasa - Tipo morfo-lessicale (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

    Questo tipo morfo-lessicale si riferisce al concetto di RICOTTA in occitano e in lingua franco-provenzale; esso può essere ricondotto a *sēracea, forma femminile di una derivazione aggettivale del termine latino sĕrum 'siero' (si veda Georges s.v. serum). Il FEW riporta sotto *sēraceum anche una variante al maschile (seraz in franco-provenzale), entrata sotto forma di sérac nello standard francese (con una chiara -c finale a livello grafico). Una delle forme da questa derivate fu nuovamente presa in prestito in alemanno nella svizzera occidentale (cfr. l'Idiotikon s.v. Rescherack 'ricotta salata').

    (auct. Myriam Abenthum | Thomas Krefeld – trad. Alessia Brancatelli)

    Staffel - Tipo morfo-lessicale (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

    Si confronti l'Idiotikon 1394-1407

    tēla - Tipo di base (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

    Questo tipo di base risale chiaramente al latino, si veda Georges s.v. tēla. Altre parole affini a questa sono diffuse, con il medesimo significato, nell'intero territorio romanzo: il rumeno teară 'ordito', l'italiano tela, il piemontese teila, il francese toile, il romancio parlato in Engadina taila, il friulano tele, lo spagnolo tela e il portoghese teia.
    Oltre al significato originario di cui sopra, la parola tēla sviluppò un'accezione più specifica in riferimento al concetto di 'pelle, involucro'. Sulla mappa di VerbaAlpina è possibile vedere in dettaglio le derivazioni metaforiche del concetto di 'pelle sul latte, panna', già menzionate nel EWD I: 338; è possibile trovarle anche altrove, come ad esempio nel provenzale antico teleta 'peau qui se forme sur le lait cuit' (''pelle che si forma sul latte cotto'') o in macedorumeno teară 'pelle sul latte' (cfr. FEW s.v. tēla 13/1: 158-162 e REW 8620 s.v. tēla).
    Quella di *nīta è una metafora motivabile in modo analogo.

    (auct. Myriam Abenthum | Thomas Krefeld – trad. Alessia Brancatelli)

    thah - Tipo di base (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

    thilla - Tipo di base (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

    thûmo - Tipo di base (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

    *toma - Tipo di base (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

    Cfr. le osservazioni sui termini in francese ed italianotomme/toma.

    traire - Tipo morfo-lessicale (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

    In lingua gallo-romanza il tipo mŭlgēre 'mungere' fu ampiamente sostituito dal latino trahěre 'estrarre, tirare fuori' (si veda il Georges s.v. traho); la motivazione che spesso si adduce a questo cambiamento è di tipo omofonico, data la somiglianza fonetica con le forme derivate dal latino molěre 'triturare, macinare' in francese antico e in francese medio, moudre (cfr. FEW 6, 198-200, s.v. mŭlgēre).

    (auct. Thomas Krefeld – trad. Alessia Brancatelli)

    ŬNCTU(M) - Tipo di base (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

    Questo tipo di base proviene dal termine latino ŭnctum 'grasso, unguento', participio passato del verbo ŭngere 'ingrassare, lubrificare'. Per mezzo della sostantivizzazione del verbo, esso sviluppò il significato di 'grasso', e, a partire dal II secolo d.C., assunse anche quello di 'unguento'. Entrambe le accezioni sono presenti oggi: il significato di 'unguento' è mantenuto nella parola italiana unguento e nel piemontese oit (si veda Treccani). A questa base appartengono, però, anche il romeno unt ed il friulano ont, nell'accezione di 'burro' (si veda FEW 14: 29-30; cfr., inoltre, REW: 9057). Secondo quanto affermato da Kluge sull'indoeuropeo *ongw en- 'unguento, grasso, burro' (2012: 437), il tipo di base ancho potrebbe essere direttamente collegato al tipo di base ŭnctum .


    Alla base vi è il termine latino ŭnctum, 'grasso', derivazione del verbo ŭngere, 'ingrassare, lubrificare'. A questa base appartiene anche il termine romeno unt, 'burro', cfr. REW, 2075. Il tipo di base ancho potrebbe essere direttamente collegato a questo; il prestito alpino non sembra, tuttavia, confermare l'ipotesi che i due tipi siano correlati.

    (auct. Myriam Abenthum – trad. Alessia Brancatelli)

    *ungere - Tipo di base (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

    La base latina unguere con la velare fu sostituita dalla variante *ŭngĕre (REW 9069) nello spazio di contatto diretto tra lingue romanze, fenomeno riconoscibile anche nella palatalizzazione della g nel termine romancio sursilvano unscher, nel romancio dell'Engadina uondscher, nell'italiano ungere e così via (si veda HWdR, 971). Dal participio passato unctum si ottenne ont, designazione del concetto di BURRO in friulano ben attestata nella parte di territorio di lingua romanza studiato da VerbaAlpina, e ancora il termine ladino onto, vonto (si confronti con unt in lingua romena). Allo stesso tempo, però, a partite dal II secolo essa veniva usata per indicare il concetto di 'unguento', significato che si mantenne poi nel termine piemontese oit (si veda FEW 14: 29-30; e ancora REW: 9057).

    (auct. Myriam Abenthum | Thomas Krefeld – trad. Alessia Brancatelli)

    unguere - Tipo di base (CITAZIONE) (Visualizzare sulla carta)

    Contrariamente a quanto sostenuto dal Kluge, vi sono alcuni elementi che rimandano alla possibilità di ricollegare il tipo alemanno Anke (si veda Idiotikon I: 341) al tipo di base latino-romanzo ŭnguĕre 'ungere, imburrare'. A tal proposito, il Kluge riporta quanto segue:

    Anke(n), (sostituito da Butter 'burro') Sm ‛Burro’ per. wobd. (VIII sec), mhd. anke , ahd. anko .
    Sebbene la parola si sia conservata solo in tedesco, si deve presupporre che il termine g. *ankwōn m. ‛grasso, burro’ fosse il continuatore dell'ig. (weur.) *ongwen- ‛unguento, grasso, burro’ (con diversi livelli apofonici), si confrontino il l. unguen n. ‛grasso, unguento’, l'air. imb ‛burro’ (*ṇgwen-) per la radice verbale ig. *ongw- ‛ungere’ in ai. anákti, l. unguere ecc. Originariamente, quindi, ‛unguento, grasso lubrificante’.“ (Kluge 2011, 47)


    Il rapporto ivi delineato è chiaro, ma la conclusione proposta è poco probabile e convincente, considerata la storia delle parole: Kluge tratta infatti il termine come un'isolata reliquia indogermanica, sebbene sia invece molto più ragionevole far risalire questo tipo sud-occidentale tedesco (alemanno) al latino o al romanzo (si veda unguere). Nelle aree di contatto romanzo strettamente adiacenti tra loro, la sopra menzionata base latina con la velare fu soppiantata dalla variante *ŭngĕre (REW 9069), fenomeno riconosciuto anche nel caso della palatalizzazione della g nel termine romancio (sursilvano) unscher, nel romancio dell'Engadina uondscher, nell'italiano ungere e ancora in altri casi (si veda HWdR, 971). Nell'odierno territorio francese sono però predominanti alcuni cognati del termine latino ŭnguĕre (si confronti FEW 14, 36 s.); tra questi, vi sono anche alcuni esempi dell'evidente rapporto semantico con la preparazione del latte, come ad esempio ogner 'dare il latte' (con cambiamento nel gruppo verbale) e ogna 'quantità di latte prodotta in una sola volta da una mucca'. Dal participio unctum, tra l'altro, proviene la designazione del concetto di BURRO in friulano, largamente attestata nell'area di studio di VerbaAlpina di lingua romancia: ont, ladino onto, vonto (si confronti il rumeno unt).
    Il prestito dal latino-romanzo qui proposto è sia giustificabile a livello fonetico che dal punto di vista semantico, basti pensare ai numerosi altri romanismi presenti in questo dominio onomasiologico. Per quanto riguarda, infine, la notevole espansione del tipo butyru(m), è evidente la presenza di un tipo più antico nelle designazioni derivate dalle varianti verbali ŭnguĕre, *ŭngĕre, il quale in un secondo momento ebbe alcune interferenze con butyru(m).

    (auct. Thomas Krefeld – trad. Alessia Brancatelli)