La toponimia alpina in prospettiva geolinguistica

1. Introduzione

La toponomastica ha conosciuto negli ultimi decenni una notevole ripresa d’interesse, con l’incremento di studi e saggi dedicati che hanno riguardato di volta in volta i metodi, ma anche i presupposti teorici di questa disciplina e che nel loro insieme hanno contribuito a definire, dopo anni di predominio dell’approccio storico-etimologico, un nuovo orientamento, attento agli aspetti sistemici, classificatori e motivazionali dei repertori toponimici, con uno sguardo privilegiato alla dimensione dell’oralità. Tale tendenza è stata senza dubbio favorita dalla messe di dati stoccati negli archivi dei Progetti di ricerca che si occupano della raccolta di toponimi popolari, avviatisi in Italia a partire dagli anni Ottanta del Novecento. Ciascuna di queste imprese ha calibrato i propri metodi di indagine sul campo, i propri strumenti di archiviazione e di restituzione dei materiali, talvolta mutuandoli dalle imprese più longeve, e progredendo nelle proprie ricerche a velocità diverse, a seconda dell’ampiezza e della complessità del territorio indagato, della stabilità delle équipes di lavoro coinvolte e, soprattutto, dei finanziamenti corrisposti da università o da enti regionali ((Con riferimento ai più importanti, ricordo: la raccolta ormai conclusa dell’Enquête toponymique en Vallée d’Aoste, il Dizionario Toponomastico Trentino, l’Atlante Toponomastico della Provincia di Cremona, l’Inventario dei toponimi valtellinesi e valchiavennaschi e della Toponomastica della Basilicata Occidentale. Più recente è l’esperienza dell’Atlante toponomastico del Friuli Venezia Giulia e dell’Atlante Toponomastico Sardo)). Al di là dei differenti impianti, ciascuno di questi Progetti – come quello di cui parlerò diffusamente nei paragrafi successivi – ha sperimentato nella quotidiana pratica di ricerca, prima e senza averne necessariamente una cognizione teorica, quanto i linguisti apprenderanno poi, rileggendo le pagine che antropologi ed etnologi hanno dedicato al nome proprio e alla logica delle classificazioni presso le società cosiddette primitive, e che cioè i sistemi (top)onimici devono essere documentati e studiati nella loro organicità, vale a dire nella complessità dei legami significativi che essi intrattengono con la lingua (o le lingue) della comunità che li ha creati e con il paesaggio fisico, storico e culturale di riferimento.

2. L'Atlante Toponomastico del Piemonte Montano (ATPM)

Il Piemonte dispone, oltre a un nutrito numero di brevi saggi dedicati a singole denominazioni di luogo, a firma perlopiù di Pietro Massia (1886-1947) e Gian Domenico Serra (1885-1958), anche di uno studio a base regionale, il Dizionario di Toponomastica Piemontese, compilato da Dante Olivieri e pubblicato postumo nel 1965. L’opera, che raccoglie le denominazioni ufficiali (quindi di tradizione scritta) di comuni, località e frazioni, è spesso stata oggetto di critiche per le ricostruzioni etimologiche proposte, che Genre (1993: 234) non esita a definire fantasiose e svianti perché fondate su voci toponimiche spesso deformate, sulle quali si è operata un’italianizzazione forzata che ha finito per oscurare l’originario toponimo dialettale. Qualche anno più tardi, nel 1970, è lo stesso Genre ((Arturo Genre (1937-1997) è stato professore di Fonetica sperimentale presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Torino. Ha inoltre collaborato con l’Atlante Linguistico Italiano in qualità di caporedattore (1969-1983) e poi di direttore (1983-1990) )) a proporre, durante il Colloque International de Linguistique di Briançon, l’idea di una raccolta sistematica di toponimi orali nelle valli alpine piemontesi, secondo le linee che avrebbero definito poi la metodologia di rilevamento sul campo e di trattamento dei dati dell’Atlante Toponomastico del Piemonte Montano (ATPM) ((Oltre alla sintesi informativa disponibile on-line al seguente indirizzo: www.atpmtoponimi.it, si faccia riferimento ai seguenti testi riportati in bibliografia: Genre (1993); Genre (1993a); Genre (1993b); Genre, Jalla (1990); Genre, Jalla (1993); Massobrio (2004); Rivoira (2009); Chiapusso (2010); Cusan (2016) )). Tale Progetto apre ufficialmente il proprio cantiere di lavoro nel 1983, con la stipula di una convenzione tra la Regione Piemonte e l’Università degli Studi di Torino, finalizzata al suo sostegno anche economico. L’ATPM dunque si fonda, sin dalle sue fasi d’avvio, sulla partecipazione di enti e realtà molto differenti tra loro: l’Università, la Regione Piemonte, ma anche le Comunità montane (le attuali Unioni di comuni), i Comuni, le associazioni locali. Questa collaborazione, prevista anche nella fase di raccolta dei dati, rappresenta indubbiamente una delle caratteristiche di maggior novità del Progetto e costituisce la garanzia che la ricerca condotta dall’ATPM non sia, per così dire, calata dall’alto, ma sia realizzata con il contributo delle forze locali, determinanti per la sua buona riuscita. Nel 1990 viene data alle stampe la prima monografia riguardante la rete toponimica di un piccolo Comune della Valle Stura, Gaiola. Da allora l’attività di ricerca è proseguita senza soluzione di continuità mirando sia a incrementare il numero di località coinvolte nel Progetto sia a dare diffusione ai dati raccolti, principalmente attraverso la pubblicazione delle monografie relative alla toponimia di ogni singolo Comune. Dal 1983 a oggi, come illustrato dalla cartina (cartina 1) sono 154 le indagini toponomastiche attivate in altrettanti comuni piemontesi, di queste 61 risultano concluse, 72 sono in corso e 21 risultano in una fase di avvio. Ammontano così a 72.000 i toponimi raccolti e archiviati nel database, metà circa dei quali pubblicati all’interno dei 54 volumi che costituiscono la collana editoriale dell’ATPM. Sono numeri che descrivono una realtà di ricerca importante, ma soprattutto in costante sviluppo, mantenuta operativa ed efficiente grazie ai 3000 collaboratori che dagli anni Ottanta a oggi sono stati coinvolti nel Progetto: 2800 hanno ricoperto il ruolo di informatore, 220 sono stati impegnati come raccoglitori sul campo.

3. Il piano d'opera e il futuro dell'opera

Ho già accennato cursoriamente al terreno d’indagine dell’ATPM: esso comprende l’intero settore alpino e la fascia meridionale del Piemonte, una superficie di circa 13.500 kmq, nella quale si susseguono 553 Comuni, riuniti in 22 Unioni di comuni. Dal punto di vista linguistico questo ritaglio territoriale presenta un assetto complesso per la sua varietà: qui, infatti, sono parlate varietà piemontesi, occitane, francoprovenzali, liguri, lombarde e alemanniche, codici che convivono nei repertori plurilingui esibiti dalle diverse comunità, nei quali, accanto alla parlata locale, può affiancarsi oltre all’italiano, anche una varietà regionale a più ampia diffusione e in alcune zone, come l’Alta Valle di Susa o le Valli Valdesi, anche il francese.

Perché indagare quasi esclusivamente la montagna piemontese? Perché questo è il settore regionale nel quale l’urgenza di raccogliere, documentare e archiviare i dati linguistici, ma anche demo-antropologici, era concretamente avvertita già trent’anni fa, quando l’ATPM muoveva i suoi primi passi. Le valli alpine piemontesi, infatti, più che le zone della piana, hanno accusato il colpo delle trasformazioni economiche e sociali che si sono succedute a partire dai primi del Novecento; sono diventate, in molti casi, aree problematiche, perché segnate da forti cali demografici e da una conseguente generalizzata cessazione di molte attività tradizionali. Queste condizioni che, nel corso dei decenni, hanno finito per mutare in modo significativo il paesaggio umano e naturale delle vallate alpine, rendono talvolta assai difficile e parziale qualsiasi intervento di documentazione e di recupero della memoria orale: i testimoni scompaiono e quelli superstiti spesso faticano a riconoscere, in uno spazio che pure dovrebbe essere loro familiare, gli originari referenti geografici delle denominazioni di luogo (la vitalità di un toponimo dipende non solo dalla vitalità della parlata, ma è altresì connessa al rapporto iconico che esso stabilisce con gli elementi del paesaggio).

È una realtà con la quale l’ATPM è chiamato a misurarsi, oggi in modo direi in modo indifferibile, per centrare gli obiettivi prefissati e tener fede al piano d’opera descritto, eventualmente per espanderlo fino a comprendere l’intero territorio regionale: in un futuro che è già presente, il Progetto dovrà probabilmente ripensare la propria metodologia di inchiesta, aprendola per esempio alla sperimentazione delle tecniche di escussione e di pubblicazione dei dati linguistici offerte dalle nuove tecnologie e dal web. Ci si dovrà interrogare, per esempio, circa l’utilità e la fattibilità per l’ATPM di adottare un modello di ricerca sul campo basato su processi di crowdsourcing, capaci di arruolare una crowd di soggetti chiamati a collaborare, attraverso una piattaforma web, a un determinato progetto di ricerca. Come spesso accade l’innovazione tecnologica, oltre a fornire una nuova risorsa operativa, potrebbe favorire un approccio diverso alla toponomastica, introducendo la possibilità di formulare nuove ipotesi di lavoro o di vagliare la validità di quelle già esistenti.

4. Strumenti e metodi d'inchiesta

L’inchiesta sul campo, come ho anticipato, si avvale di raccoglitori locali, membri della comunità che si intende investigare, generalmente ben inseriti nella sua rete sociale, locutori attivi della varietà locale e come tali in grado di coglierne intuitivamente i tratti fonologici salienti. Alla loro responsabilità è demandata sia la scelta delle fonti, sia la prassi d’inchiesta, con poche indicazioni di massima: l’indagine non deve essere limitata a una sola testimonianza, ma estesa a più persone, presenti anche contemporaneamente; le fonti devono poter garantire una raccolta toponimica il più possibile esauriente, pertanto nella loro campionatura saranno privilegiate alcune categorie dalle quali si attendono le performances migliori (i residenti di antica data, gli anziani, quanti hanno condotto la propria esistenza e le proprie attività economiche a stretto contatto con il territorio – contadini, pastori, cacciatori –, i meno istruiti), ma laddove ritenuto necessario, il raccoglitore può coinvolgere soggetti con caratteristiche differenti. Del resto la competenza toponimica che si vuole indagare è a tutti gli effetti un’abilità personale e dunque, in una certa misura, non prevedibile nella fase di pianificazione di un’inchiesta. La pratica attiva del dialetto unita alla condivisione con le proprie fonti di un insieme di conoscenze anche extralinguistiche, costituiscono per il raccoglitore una dotazione importante, in grado di ottimizzare il suo lavoro sul campo. A questa si affiancano tre strumenti di ricerca, di semplice uso: 1) una carta topografica, a bassa scalarità, sulla quale riportare i toponimi raccolti; 2) una scheda informatizzata (una tabella .excel), con campi prestabiliti da compilare con le informazioni relative al toponimo (trascrizione, genere e numero, significato letterale e motivazione quando presenti) e al luogo che individua (quota altimetrica, coordinate riferite alla mappa di lavoro, breve descrizione geomorfologica che può essere eventualmente corredata da informazioni di carattere accessorio). Completano ciascuna scheda i dati relativi all’informatore che ha fornito la denominazione di luogo e al raccoglitore che l’ha registrata; 3) un sistema di trascrizione semplificato, elaborato da Genre a partire dalle ortografie in uso localmente. Una restituzione grafica, semplice, ma rigorosa nel suo impianto scientifico è senza dubbio uno strumento importante, perché la sua assenza costituisce anche uno dei limiti più evidenti di tante indagini toponomastiche che, pur condotte da valenti ricercatori, si presentano spesso come una collazione di materiali linguistici difficilmente comparabili. Prevedendo (o meglio, auspicando) una circolazione e uso dei dati toponimici raccolti anche in ambito scientifico, la Redazione ha provveduto a introdurre la trascrizione fonetica secondo le norme IPA, a corredo delle scritture ortografiche di riferimento.

Mappa, scheda e grafia permettono al raccoglitore locale, di indirizzare e di ottimizzare i suoi sforzi anche prolungati, reperendo le informazioni richieste e organizzandole in modo organico, limitando così nella fase successiva l’intervento di revisione redazionale in vista sia dell’archiviazione dei toponimi nella banca dati digitale e sia della loro pubblicazione.

5. La banca dati

Nel 2007-2008 la Redazione dell’ATPM si è dotata di un nuovo software di archiviazione dei dati denominato Tpng. Tale piattaforma, sviluppata grazie alla collaborazione con il CISI (Centro Interstrutture di Servizi Informatici e Telematici per le Facoltà Umanistiche), permette di gestire in un ambiente di rete, attraverso un’interfaccia semplice e intuitiva, l’archiviazione, la consultazione dei dati toponimici raccolti e gli outputs di stampa utili ai fini della revisione redazionale. I toponimi sono strutturati in un dbase di tipo relazionale, gestito dal sistema MySQL, adatto a supportare una mole di dati sempre più rilevante quantitativamente e differenziata dal punto di vista qualitativo, perché ai dati linguistici possono essere connessi riferimenti di tipo geografico, ma anche immagini, files sonori o documenti audio-video, secondo un modello di catalogazione dei materiali linguistici e di rappresentazione dello spazio sperimentato dai programmi atlantistici contemporanei. Per quanto riguarda la localizzazione geografica dei toponimi, Tpng accetta al momento le coordinate riferite alla carta di lavoro e ha una predisposizione, ancora non testata, per trattare coordinare GPS o per interfacciarsi con i principali softwares di geolocalizzazione come Google Maps e Panoramio. Nell’arco di un decennio, come sappiamo, il GIS si è imposto tra le tecnologie dedicate a trattare informazioni complesse legate al territorio e ha trovato un’applicazione in molteplici ambiti, anche nelle discipline umanistiche. La toponomastica, in particolare, può trovare nel GIS uno strumento operativo concreto che permette il raccordo tra dataset informativi diversi, a partire dalla relazione fondamentale toponimo/territorio (ne è un esempio il progetto Top-GIS (Papa 2010; Papa, Rossebastiano 2010), Dipartimento di Lingue e Letterature Straniere, dell’Università di Torino), e apre così a nuovi percorsi di indagine e a nuove possibilità di collaborazioni. Per questi motivi, nella prossima agenda di lavoro dell’ATPM, la georeferenziazione dei toponimi sarà messa all’ordine del giorno, cercando di colmare il ritardo accumulato rispetto ad altri progetto di ricerca.

 

6. Toponimia alpina: i nomi dell'alpeggio

L’Atlante Toponomastico del Piemonte Montano (ATPM) si definisce dunque, a buon diritto, un “atlante” perché come ogni altra raccolta di carte linguistiche, permette di individuare con precisione il dato onimico nello spazio. Anzi, trattandosi di nomi di luogo, la localizzazione quanto più possibile “esatta”, è un attributo primario del dato linguistico. Dall’osservazione della distribuzione diatopica dei dati toponimici è possibile ricavare informazioni sia sulla consistenza e sull’evoluzione del lessico geografico, sia sull’assetto e sulle dinamiche delle diverse aree linguistiche. Come la recente esperienza di collaborazione con CLAPie (Culture e Lingue delle Alpi del Piemonte, Progetto di Ateneo 2011-2012) ((Al progetto CLAPie, ai suoi risultati e alle collaborazioni attivate è dedicato il numero monografico del Bollettino dell’Atlante Linguistico Italiano (BALI) [39, 2015] di prossima pubblicazione.)) ha utilmente dimostrato, i repertori toponimici di tradizione orale, pur costituiti in larga parte da voci tuttora vitali dell’inventario lessicale di una comunità, si prestano a una lettura integrata con le carte degli atlanti linguistici, alle quali possono garantire anche una certa profondità temporale, utile per supportare le ipotesi ricostruttive, per disegnare le correnti di circolazione dei singoli lemmi, completando così il quadro offerto dal loro spoglio. Per dare un saggio della promettente consistenza di dati, attulamente gestiti dall’archivio dell’ATPM, prenderò in considerazione alcuni tipi toponimici che denominano, nell’arco alpino piemontese, le stazioni pastorali o, più in generale, i fabbricati rurali di insediamento legati, almeno in origine, all’attività pastorale, la cui diffusione sul territorio conferma l’importanza che la pratica dell’alpeggio ha rivestito, e in parte ancora riveste, per le economie locali (attualmente in Piemonte – stando ai dati forniti dall’ultimo censimento regionale, realizzato dall’IPLA (Istituto per le Piante da Legno e l’Ambiente) – sono 1029 gli alpeggi, con una portata di almeno 20 capi, ancora praticati).

Un aspetto peculiare della denominazione dei luoghi connessi alla pastorizia in quota è la notevole quantità di forme toponimiche relative allo stesso referente, la cui varietà risulta spesso legata alla distribuzione nello spazio (Papa 2013). Le denominazioni scelte attengono al lessico comune delle parlate di riferimento e non presentano particolari difficoltà di ricostruzione etimologica. La reale difficoltà risiede nell’interpretazione del significato di queste voci, ovvero nell’individuazione degli originali referenti, operazione, se vogliamo, resa ancor più complessa, dai mutamenti che sono intervenuti sia nelle strutture d’alpeggio, nei suoi accessi e nelle destinazioni d’uso degli spazi di pertinenza.

Il tipo toponimico ((I dati toponimici, estratti dall’archivio ATPM, sono rappresentati ricorrendo al supporto di una cartografia digitale, utile per illustrare sia la specificità areale di un tipo toponimico sia le diverse connotazioni tipologiche, e georeferenziati con l’ausilio di Qgis, un’applicazione desktop GIS open source.)) più diffuso è registrato dalle forme alp (arp), lungo tutto l’arco alpino, ma con attestazioni che si diradano scendendo verso sud. Alla voce è genericamente attribuito il significato di “alpe”, “alpeggio”, con riferimento a quella porzione di montagna, al di sopra del limite altimetrico di colture e boschi, caratterizzata da pascoli ai quali vengono condotti gli animali durante i mesi estivi. Localmente (nel Canavese, nella bassa Valle di Susa e a Pragelato nella Val Chisone) come mostrano i cerchi rossi sulla cartina, la designazione toponimica estende il proprio significato fino a indicare, o indicare in prevalenza, i fabbricati destinati al ricovero di uomini e bestie o alle diverse attività produttive. Come è noto, per quanto riguarda il profilo etimologico della voce alpe, prevale l’incertezza. Resiste l’ipotesi preindoeuropea che la vuole connessa al tipo *ALB- “altura”, poi “pascolo di alta montagna”, ma accanto a questa, altrettanto accreditata, è la ricostruzione proposta da Hubschmid secondo il quale il termine deriverebbe dal gall. *ALPIS, *ALPA “pascolo di montagna”, forma nominale dalla radice i.e. *AL “nutrire”. (v. cartina Alpe)

Secondo per diffusione tra i tipi toponimici legati alle attività pastorali è il termine gias che risulta ampiamente attestato nelle località indagate, come del resto lo è nelle aree alpine della Francia e della Svizzera Romanda. La voce continua il basso lat. *JACIUM “giaciglio”, “luogo dove ci si sdraia” < lat. JACERE “giacere” (REW: 4566; FEW, V: 1). Il portato semantico che la voce manifesta nelle attestazioni della toponimia dell’arco alpino piemontese è quanto mai vario. Accanto ai due significati prevalenti di “giaciglio del bestiame” e “lettiera” (o “strame”), le indagini promosse dall’ATPM hanno rilevato quelli di: “meriggiatoio”, cioè luogo dove si fermano durante il giorno i bovini e gli ovini per riposare e ruminare (Chianocco, Valle di Susa – TO; Pomaretto, Pinasca, Inverso Pinasca, Massello, Valli Chisone e Germanasca – TO; Rorà, Val Pellice – TO; Aisone, in Valle Stura – CN; Valdieri, Valle Gesso – CN; Vernante, Valle Vermenagna – CN); più genericamente di “luogo di riposo diurno o notturno del bestiame all’esterno” (Gravere, Val di Susa – TO); di “recinto per gli animali all’esterno” (Roccaforte Mondovì – CN); in particolare a Briga Alta (CN) il gias è “il recinto permanente costituito da muretti in pietra a secco e l’area del pascolo che esso delimita”; a Sambuco (Valle Stura – CN) è “il luogo di sosta in caso di intemperie o per la mungitura”; a Entracque (Valle Gesso – CN) è il “tramuto”; a Demonte (Valle Stura – CN) e a Chiusa Pesio (basso Piemonte) il gias è l’“alpeggio”, con l’ambivalenza di referenti (baita e/o pascolo circostante) che abbiamo già rilevato per la voce alpe. È una voce vitale nei repertori indagati; soltanto localmente (Coazze, Val Sangone – TO; Germagnano, Valle di Lanzo – TO; Falmenta e Gurro, Valle Cannobina, VCO; più diffusamente nel resto del Piemonte nord-orientale) si sono registrate interferenze con le forme giasi, giasa “ghiaccio”. Se volessimo ricomporre le tessere di questo mosaico e tentare una definizione dell’area semantica coperta da questo termine, dovremmo concludere che esso probabilmente non è sovrapponibile al tipo alpe, perché, stando al significato proposto e alla descrizione ricorrente del referente che ne danno gli informatori, sembrerebbe indicare, almeno in origine, non un insediamento organizzato come l’alpe, bensì una sosta temporanea del bestiame lungo il percorso di salita all’alpeggio. (v. cartina Gias)

I tipi meira e mianda (muanda), ben rappresentati nella toponimia piemontese, indicano generalmente le baite destinante a essere sfruttate dai pastori come edifici temporanei. Nei repertori toponimici la distribuzione delle voci è risulta assolutamente complementare a eccezione delle località di Pragelato (alta Val Chisone – TO) e di Sauze d’Oulx (alta Valle di Susa – TO) dove ricorrono entrambi i tipi in apparente sinonimia. La voce meira, ricondotta dal REW (5565) al provenzale meirar “migrare”, in ambito pastorale ha il significato tecnico di “trasferirsi con il bestiame dalla dimora invernale a quella estiva e viceversa” (Pons-Genre 1997: 203). Come si può osservare dalla cartina (v. cartina 2 Meira), la maggior densità di occorrenze toponimiche si rileva, allo stato attuale delle inchieste, tra l’alta Valle Po (dove nei lessici delle parlate locali ricorre anche l’espressione di méxa meira, lett. “mezza baita”, a indicare una stazione di monticazione intermedia) e la Val Varaita, in diradamento a nord e a sud di questa area. La distribuzione altimetrica è compresa in una fascia che si estende dai 600 ai 1700 m di quota e che identifica, a seconda dei contesti vallivi, anche la zona dei coltivi e dunque possiamo supporre che il tipo meira identifichi una forme insediativa connessa sia alle attività pastorali che a quelle agricole. (v. cartina Meira)

La ricognizione cartografica mostra in modo efficace la distribuzione del tipo toponimico mianda che, sulla base dei dati di cui disponiamo, si concentra nelle Valli Chisone e Germanasca (area occitana) e nelle Valli di Lanzo (area francoprovenzale), con un numero elevato di varianti locali: accanto al più diffuso mianda/miando, si registrano miende, mouanda, muenda, manda. Dal punto di vista etimologico la voce non pone problemi interpretativi: essa è l’esito dialettale del lat. MUTANDA, dal verbo MUTARE, con significato analogo all’italiano. Nel repertori toponimici la voce ricorre a indicare una stazione pastorale temporanea destinata poi a essere mutata per il trasferimento verso i pascoli a quote superiori o verso le stalle del fondovalle, al termine del periodo riservato alla pratica dell’alpeggio, solitamente nel mese di settembre.

La voce mianda occupa pressapoco la stessa sfera semantica del tipo meira e ha, nei repertori toponimici indagati, una distribuzione complementare a questo. Tuttavia osservando sia i valori altimetrici dei complessi pastorali denominati sia i tratti pertinenti messi di volta in volta in rilievo dagli informatori, sollecitati a dare una definizione/descrizione della mianda, possiamo introdurre una prima distinzione, la cui validità sarà da verificare con l’incremento di dati: localmente, in particolare nell’alta Valle di Susa e nella Valle di Viù, la mianda indica per gli informatori sia i pascoli sia l’insieme dei pascoli e degli edifici d’alpeggio per la stabulazione degli animali e la lavorazione del latte, con uno slittamento semantico che avvicina il termine all’area coperta dal tipo alpe. (v. cartina Mianda)

 Con il significato di “alpeggio intermedio”, da sfruttarsi nel periodo primaverile e autunnale, si può isolare nei repertori toponimici delle valli occitane il tipo fourest. La voce deriva dal lat. FORESTIS “che si trova fuori” (REW: 3432; FEW, 3: 707), da FORAS “fuori”, a indicare un insediamento sorto a una certa distanza dal centro abitato principale. Come si può osservare dalla cartina, la voce fourest ha una buona diffusione nella Val Pellice e nelle Valli Varaita, Grana e Stura dove si è registrato un ventaglio di significati attribuiti dagli informatori, spia di una certa marginalizzazione del termine nel repertorio lessicale di alcune comunità: da “baita estiva”, a “forestiero”, da “luogo solitario” a “casa o borgata isolata”. (v. cartina Foresto)

Un altro tipo toponimico che indica un insediamento stagionale, legato alle attività agricole e pastorali che vi si svolgono nei dintorni, è la voce preza, interessante perché documenta quella variazione geolinguistica che caratterizza i repertori toponimici delle comunità alpine: la sua diffusione, infatti, disegna un areale limitato alla bassa Valle di Susa e alla Val Sangone (occasionalmente anche nel Piemonte settentrionale e nell’Alessandrino, Gasca Queirazza et alii, 1990). Alla base ritrovamo il lat. PRAEDIUM che valore di “proprietà, fondo, appezzamento”. (v. cartina Preza)

Ricomponiamo così il quadro onomasiologico che i materiali toponimici permettono di definire in riferimento al concetto di cascina di montagna, cartografato dalla carta n. 1192 dell’AIS. I dati raccolti, come potete osservare (v. cartina Cascina di montagna), descrivono una situazione di spiccata variazione microareale che può utilmente essere messa a confronto con quanto la carta AIS, su altra scala, fotografa. È superfluo sottolineare come in questa lettura occorra procedere cum grano salis, perché come abbiamo preceedentemente rilevato nell’analisi delle singole voci, la matrice lessicale di molti microtoponimi non è sufficiente a garantire un’interpretazione univoca: l’approccio al dato toponimico deve tener conto non solo della sua risultanza lessicale, ma anche della variabilità di applicazione con cui ricorre nel repertorio delle singole comunità. La coesistenza di forme apparentemente sinonimiche all’interno dello stesso territorio, se può essere facilmente compresa nel quadro di un’omologazione dei tratti semantici a seguito di un progressivo indebolimento referenziale delle singole voci, deve essere comunque vagliata di volta in volta alla luce di approfondite ricerche sul campo. A tal proposito richiamo il caso offerto da Campertogno (Val Sesia), comune confinante con Riva Valdobbia, pto 124 dell’AIS, dove si registra per cascina d’alpeggio, il tipo cazera. I dati toponimici confermano la voce anche per il limitrofo Campertogno, ma accanto a questa permettono di isolare altri due lessotipi: cassina e cazoun. Apparentemente le voci convivono in sinonimia per indicare le costruzioni dell’alpeggio. La ricognizione sul territorio e un’interrogazione mirata delle fonti orali ha permesso in un secondo tempo di discriminare il preciso valore semantico delle voci, distinguendo tra il significato proprio e quello acquisito in un secondo tempo: la cassina è la stalla o la parte di edificio riservata alla stabulazione del bestiame; se costruita in pascoli lontani dall’abitato poteva servire anche da dimora temporanea per quanti accudivano il bestiame; il cazoun e la cazera sono cosstruzioni d’alpeggio, ma il primo è adibito ad abitazione dei pastori, la seconda alla lavorazione dei prodotti caseari.

Più in generale possiamo osservare come i dati toponimici raccolti contribuiscano a completare il quadro linguistico offerto dalla carta AIS che abbiamo preso ad esempio: dal punto di vista quantitativo, i rilievi effettuati dall’ATPM permettono di verificare e definire gli areali di diffusione dei singoli lessotipi; dal punto di vista qualitativo è evidente l’emersione di tipi che la carta AIS non riporta: le voci foresto, preza o tetto.

Concludo questa rapida presentazione dell’attività dell’Atlante Toponomastico del Piemonte Montano (ATPM) e della qualità del materiale linguistico che si sta accumulando nel suo archivio, con l’auspicio che questo Progetto possa proseguire nella sua opera di raccolta e di catalogazione e che i suoi risultati possano essere messi a disposizione della comunità scientifica, interessata, mi auguro, a impegnarsi in uno studio sistematico dei corpora toponimici, anche nell’ambito di progetti transanzionali come VERBA ALPINA, capaci di restituire un’immagine complessiva e non frammentaria dei fenomeni indagati.

7. Le carte

Toponimia alpina_le carte



Bibliographie

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  • von Wartburg (1948) = von Wartburg, Walther (1948): Französisches Etymologisches Wörterbuch, Tübingen, J. C. B. Mohr

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